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È l’alba di una nuova era o il tramonto definitivo del diritto internazionale? A undici giorni dall’operazione Absolute Resolve, che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte delle forze speciali statunitensi, il dibattito politico in Italia e in Europa non accenna a placarsi. Oggi, 14 gennaio 2026, le cancellerie occidentali si trovano strette in una morsa: da un lato la realpolitik muscolare di Donald Trump, che ridisegna la mappa del potere globale senza chiedere permesso; dall’altro, le coscienze divise di chi osserva la fine di un regime autoritario avvenuta però attraverso metodi che molti giuristi definiscono illegali.
A infiammare ulteriormente gli animi è l’editoriale pubblicato da il Giornale, intitolato senza mezzi termini “La disonestà di chi difende i diritti umani”. Il pezzo punta il dito contro quella parte di opinione pubblica e politica che, pur definendosi paladina delle libertà, condanna il blitz americano a Caracas mentre – secondo l’accusa – rimane tiepida di fronte alle repressioni in Iran o ai crimini imputati allo stesso governo chavista. È lo specchio di un Occidente fratturato, dove la geopolitica non è più materia per felpati diplomatici, ma terreno di scontro ideologico feroce.
Il cuore della polemica odierna ruota attorno alla legittimità morale dell’intervento statunitense. Secondo l’editoriale de il Giornale, l’indignazione di certa sinistra per l’arresto di Maduro è sintomo di una profonda “disonestà intellettuale”. Il quotidiano sottolinea come il leader venezuelano, ora detenuto a New York con l’accusa di narcoterrorismo, abbia trasformato per tredici anni un paese prospero in un disastro umanitario, costringendo milioni di cittadini alla fuga. La tesi è sferzante: chi protesta oggi per la sovranità violata del Venezuela è lo stesso che tace davanti alle piazze iraniane, dove i manifestanti vengono repressi nel sangue dalla teocrazia di Teheran, storica alleata proprio di Caracas.
Questa narrazione trova sponda nelle mosse della Casa Bianca. Trump, forte del successo militare del 3 gennaio, sta applicando una pressione massima non solo sul “cortile di casa” sudamericano, ma anche sull’Iran, minacciando dazi al 25% contro chiunque commerci con gli Ayatollah. Una strategia che, come riporta Il Fatto Quotidiano, è una sfida diretta e multipla alla Cina: colpendo Maduro e minacciando Teheran, Washington mira a smantellare la rete di alleanze energetiche e strategiche che Pechino ha pazientemente tessuto in funzione anti-americana.
Sull’altro lato della barricata, la lettura degli eventi è diametralmente opposta. Per testate come il manifesto, l’operazione Absolute Resolve non è una liberazione, ma un pericoloso precedente di “legge della giungla”. L’arresto di un capo di stato in carica da parte di una potenza straniera, senza un mandato internazionale condiviso, viene visto come la morte definitiva dell’ordine basato sulle regole (rules-based order). La critica si concentra sul doppio standard: l’Europa si è mostrata compatta nel difendere la sovranità della Groenlandia dalle “offerte d’acquisto” di Trump, ma appare balbettante e divisa di fronte al blitz in Venezuela.
In questo contesto si inseriscono le dichiarazioni dell’eurodeputata Ilaria Salis, che ha invitato Bruxelles a una presa di posizione autonoma. Secondo quanto emerso dal dibattito nelle ultime ore, la linea richiesta è che l’Ue si smarchi dal servilismo atlantista, condannando un metodo che rischia di legittimare qualsiasi potenza a intervenire militarmente ovunque in nome dei propri interessi nazionali. La preoccupazione è che la lotta al “narco-regime” sia solo un pretesto per riaffermare la Dottrina Monroe e tagliare fuori la Cina dalle risorse petrolifere sudamericane.
Al di là delle polemiche morali, l’aspetto più rilevante è quello strettamente geopolitico. L’amministrazione Trump ha inviato un messaggio inequivocabile a Xi Jinping. Il Venezuela di Maduro non era solo un problema regionale, ma un hub strategico per la penetrazione cinese (e russa) nell’emisfero occidentale. Con Maduro fuori dai giochi e la minaccia di sanzioni secondarie sull’Iran, gli Stati Uniti stanno attuando una manovra a tenaglia per soffocare le vie di approvvigionamento energetico alternative dell’Oriente.
Secondo gli analisti di Analisi Difesa, l’azione muscolare serve a ribadire che l’America è disposta a tutto pur di evitare il declino del suo status di superpotenza. Non è un caso che le tensioni siano salite contemporaneamente su più fronti: dai dazi commerciali alle minacce di intervento in Iran, fino alla questione della Groenlandia. È il ritorno della diplomazia del “grosso bastone”, dove i trattati internazionali sembrano contare meno della capacità di proiettare forza militare.
La giornata di oggi, 14 gennaio 2026, fotografa un mondo in cui le categorie tradizionali della diplomazia sono saltate. Da una parte c’è chi, come il Giornale, celebra la fine di un tiranno chiedendo coerenza ai difensori dei diritti umani; dall’altra c’è chi vede nel metodo Trump il germe di un caos globale dove vige solo la legge del più forte. In mezzo, un’Europa che rischia l’irrilevanza, incapace di mediare tra la difesa dei principi democratici e la brutale realtà dei rapporti di forza. Mentre a New York si prepara il processo del secolo contro Maduro, il resto del mondo si chiede chi sarà il prossimo obiettivo.
Si tratta della operazione militare speciale statunitense avvenuta il 3 gennaio 2026 che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro. Questa azione segna un punto di svolta nella politica estera americana, dimostrando la volontà della amministrazione Trump di intervenire direttamente per rimuovere leader accusati di narcoterrorismo, ignorando le tradizionali procedure diplomatiche e scatenando un acceso dibattito sul diritto internazionale.
La divisione nasce dal conflitto tra il risultato ottenuto, ossia la fine di un regime autoritario, e il metodo utilizzato, considerato illegale da molti giuristi. Mentre una parte politica applaude alla rimozione di un dittatore, la fazione opposta teme che la azione unilaterale degli USA crei un pericoloso precedente in cui la sovranità nazionale viene violata in nome della forza militare, minando il sistema basato sulle regole condivise.
Il blitz rappresenta un messaggio inequivocabile a Pechino e mira a smantellare la rete di alleanze strategiche ed energetiche cinesi in Sud America. Rimuovendo Maduro e minacciando sanzioni contro Teheran, Washington intende attuare una manovra a tenaglia per soffocare le vie di approvvigionamento energetico alternative del blocco orientale, riaffermando la propria influenza secondo una rilettura della Dottrina Monroe.
La accusa principale riguarda una presunta disonestà intellettuale e un doppio standard morale. Secondo i critici citati, chi condanna il blitz americano appellandosi al diritto internazionale mostra ipocrisia perché spesso tace di fronte alle repressioni violente attuate da regimi alleati di Maduro, come quello iraniano, o ignora le sofferenze inflitte dal governo chavista alla propria popolazione per oltre un decennio.
Il blocco europeo appare frammentato e rischia la irrilevanza politica, stretto tra la necessità di difendere i principi democratici e la brutale realtà dei rapporti di forza imposti dagli USA. Mentre alcune voci chiedono a Bruxelles di smarcarsi dal servilismo atlantista condannando il metodo del blitz, le cancellerie faticano a trovare una linea comune che concili la critica alla violazione della sovranità con la fine del regime venezuelano.