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La tensione commerciale tra le due maggiori potenze asiatiche ha raggiunto un nuovo livello di criticità nelle prime ore di oggi, 8 gennaio 2026. Il Ministero del Commercio cinese (MOFCOM) ha annunciato ufficialmente l’apertura di un’inchiesta antidumping sulle importazioni di diclorosilano proveniente dal Giappone. La mossa, che colpisce un componente cruciale per l’industria globale dei semiconduttori, viene interpretata dagli analisti non solo come una misura di difesa commerciale, ma come una diretta ritorsione politica in un contesto geopolitico sempre più frammentato.
Secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa e confermato da fonti governative di Pechino, l’indagine è stata avviata su richiesta dell’industria nazionale cinese, che lamenta danni significativi causati da una presunta concorrenza sleale. Le autorità cinesi sostengono che i produttori giapponesi abbiano inondato il mercato locale con questo gas essenziale a prezzi artificialmente bassi, mettendo in ginocchio la produzione interna. Tuttavia, la tempistica dell’annuncio non è sfuggita agli osservatori di economia e geopolitica: la decisione arriva infatti a meno di 24 ore dall’imposizione, da parte di Pechino, di severe restrizioni sull’export di beni a duplice uso (civile e militare) verso Tokyo.
L’escalation odierna rischia di avere ripercussioni pesanti sui mercati finanziari asiatici e globali, con l’indice Nikkei che ha già mostrato segni di nervosismo in apertura. Al centro della disputa non c’è solo il valore commerciale del gas in questione, ma il delicato equilibrio diplomatico nell’Indo-Pacifico, ormai compromesso dalle recenti dichiarazioni della premier giapponese Sanae Takaichi sulla questione di Taiwan. Mentre gli investitori cercano di valutare l’impatto a lungo termine sulle catene di approvvigionamento tecnologico, lo spettro di una guerra commerciale a tutto campo torna a minacciare la stabilità della finanza internazionale.
Il cuore economico della disputa risiede nel diclorosilano (DCS), un gas chimico specializzato utilizzato principalmente nei processi di deposizione di film sottili per la produzione di circuiti integrati e semiconduttori. Secondo il comunicato ufficiale rilasciato dal Ministero del Commercio cinese, l’inchiesta coprirà il periodo compreso tra il 1° luglio 2024 e il 30 giugno 2025, mentre l’analisi dei danni all’industria locale si estenderà retroattivamente dal 1° gennaio 2022.
I dati preliminari diffusi dalle autorità di Pechino dipingono un quadro allarmante per i produttori cinesi. Secondo l’accusa, nel periodo 2022-2024, le importazioni di diclorosilano dal Giappone sono aumentate costantemente in termini di volume, mentre i prezzi medi sarebbero crollati del 31%. Questa dinamica, secondo i ricorrenti cinesi (tra cui figura la Tangshan Sanfu Electronic Materials Co.), configurerebbe una chiara pratica di dumping, volta a eliminare la concorrenza locale attraverso prezzi sottocosto. L’industria cinese dei chip, che negli ultimi anni ha attratto massicci investimenti statali per ridurre la dipendenza tecnologica dall’Occidente, si troverebbe dunque minacciata proprio in una fase cruciale del suo sviluppo.
Tra le aziende giapponesi citate nel fascicolo dell’indagine figurano colossi del settore chimico come Shin-Etsu Chemical, Air Liquide Japan e Mitsubishi Chemical Group. Queste società, leader mondiali nella fornitura di materiali per l’elettronica, potrebbero trovarsi a fronteggiare dazi punitivi qualora l’inchiesta confermasse le accuse. Secondo gli analisti del settore, un eventuale dazio sull’import di questo gas costringerebbe i produttori di chip cinesi a rivolgersi forzatamente al mercato interno o a fornitori alternativi, con potenziali colli di bottiglia nella produzione e un aumento dei costi che si rifletterebbe sull’intera filiera dell’elettronica di consumo.
È impossibile analizzare questa mossa commerciale senza considerare il deterioramento dei rapporti diplomatici tra Cina e Giappone. La decisione di avviare l’inchiesta antidumping segue di poche ore il blocco dell’export di tecnologie dual-use verso il Giappone, una misura che Pechino ha giustificato citando la necessità di “salvaguardare la sicurezza nazionale”. Tuttavia, secondo molti osservatori internazionali, la vera causa scatenante risiede nella politica estera del governo di Tokyo.
La premier giapponese Sanae Takaichi, nota per le sue posizioni conservatrici e per la linea dura in politica estera, ha recentemente rilasciato dichiarazioni che hanno infuriato la leadership cinese. Nel novembre 2025, Takaichi aveva lasciato intendere che il Giappone non sarebbe rimasto a guardare in caso di un’azione militare cinese contro Taiwan, definendo la sicurezza dello Stretto di Taiwan indissolubilmente legata a quella giapponese. Per Pechino, che considera Taiwan una provincia ribelle e parte inalienabile del proprio territorio, queste parole costituiscono una violazione inaccettabile del principio della “Unica Cina” e una grave interferenza negli affari interni.
Secondo quanto riportato dall’agenzia ANSA e da altre fonti internazionali, il Ministero degli Esteri cinese ha definito le parole della premier nipponica come “errate” e “pericolose”. La ritorsione economica, dunque, appare come uno strumento di pressione politica volto a dissuadere Tokyo dall’approfondire la sua alleanza strategica con gli Stati Uniti e Taiwan. In questo scenario, l’economia diventa il campo di battaglia privilegiato: colpendo un settore strategico come quello dei materiali per semiconduttori, la Cina invia un messaggio chiaro sulla vulnerabilità delle catene di approvvigionamento giapponesi, che dipendono ancora fortemente dal mercato e dalle risorse cinesi.
Le notizie provenienti da Pechino hanno avuto un impatto immediato sulla Borsa di Tokyo. I titoli delle aziende chimiche coinvolte nell’inchiesta hanno registrato flessioni significative, trascinando al ribasso il settore tecnologico. Gli investitori temono che questa sia solo la prima di una serie di misure punitive che potrebbero colpire altri settori chiave dell’export giapponese, dall’automotive alla robotica. Anche a Shanghai e Shenzhen si respira un clima di cautela: sebbene le misure protezionistiche possano favorire le aziende locali nel breve termine, il rischio di una guerra commerciale prolungata potrebbe danneggiare la ripresa del PIL cinese, che sta ancora cercando di stabilizzarsi dopo le volatilità degli anni precedenti.
Secondo Il Sole 24 ORE, la frammentazione del commercio globale in blocchi geopolitici contrapposti rappresenta uno dei maggiori rischi per la crescita economica nel 2026. Il Giappone, povero di risorse naturali, è particolarmente esposto a interruzioni nelle forniture di materie prime critiche, molte delle quali sono controllate dalla Cina (come le terre rare). D’altra parte, il Giappone rimane un fornitore indispensabile di macchinari e chimica avanzata per l’industria manifatturiera cinese. Un disaccoppiamento forzato (decoupling) tra le due economie avrebbe costi esorbitanti per entrambe le parti.
Gli analisti di finanza internazionale sottolineano come questa mossa possa accelerare la tendenza al “friend-shoring”, ovvero lo spostamento delle catene di produzione verso paesi considerati politicamente amici. Tuttavia, nel settore dei gas ultra-puri per l’elettronica, la sostituzione dei fornitori non è immediata né economica. La disputa sul diclorosilano potrebbe quindi tradursi in un aumento dei prezzi dei chip a livello globale, alimentando nuove pressioni inflazionistiche proprio mentre le banche centrali speravano in una normalizzazione della politica monetaria.
L’apertura dell’inchiesta antidumping sul diclorosilano giapponese segna un punto di svolta nelle relazioni sino-giapponesi, trasformando le tensioni diplomatiche in azioni economiche concrete e potenzialmente dannose. Mentre l’indagine tecnica seguirà il suo corso legale, con una scadenza prevista per il gennaio 2027 (prorogabile di sei mesi), il messaggio politico è immediato: Pechino è disposta a utilizzare la sua leva commerciale per rispondere a quelle che percepisce come minacce alla sua sovranità territoriale.
Per gli operatori di borsa e i responsabili degli investimenti, questo evento rappresenta un chiaro segnale che il rischio geopolitico rimarrà una variabile dominante nel 2026. La capacità delle aziende di diversificare le proprie catene di fornitura e la resilienza delle economie asiatiche di fronte a queste frizioni determineranno l’andamento dei mercati nei prossimi mesi. Resta da vedere se Tokyo risponderà con contromisure o cercherà una via diplomatica per disinnescare una crisi che rischia di costare cara al PIL di entrambe le nazioni.
Ufficialmente il Ministero del Commercio cinese cita pratiche di dumping che avrebbero danneggiato la industria locale con prezzi ribassati del 31 percento. Tuttavia, gli analisti ritengono che la vera causa sia una ritorsione politica contro le restrizioni alle esportazioni decise da Tokyo e le recenti dichiarazioni del governo giapponese sulla questione di Taiwan.
Il diclorosilano è un gas chimico essenziale utilizzato nei processi di deposizione per la produzione di semiconduttori e circuiti integrati. Essendo un componente critico, eventuali dazi o blocchi su questo materiale potrebbero causare colli di bottiglia nella catena di approvvigionamento globale dei chip e aumentare i costi della elettronica di consumo.
La tensione ha già provocato cali nei titoli tecnologici sulle borse asiatiche e potrebbe alimentare nuove pressioni inflazionistiche. Se la situazione dovesse peggiorare, si rischia una interruzione delle forniture di materiali critici che danneggerebbe sia la produzione manifatturiera cinese sia la economia giapponese, portando a un aumento dei prezzi globali.
Il fascicolo aperto da Pechino cita grandi colossi del settore chimico come Shin-Etsu Chemical, Air Liquide Japan e Mitsubishi Chemical Group. Queste società sono accusate di aver inondato il mercato cinese con prodotti sottocosto, mettendo in crisi i produttori locali che ora chiedono misure di difesa commerciale.
La questione di Taiwan è centrale poiché Pechino considera le dichiarazioni della premier giapponese a sostegno della isola come una violazione della propria sovranità. La inchiesta economica viene quindi usata come strumento di pressione diplomatica per dissuadere Tokyo dal rafforzare la sua alleanza strategica con Stati Uniti e Taiwan.