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Milano, 27 Gennaio 2026 – In un panorama economico globale ancora segnato da incertezze e fragilità, l’Italia si distingue come un’eccezione statistica significativa. Secondo l’ultimo report diffuso oggi da Coface, società leader nell’assicurazione dei crediti commerciali, le insolvenze d’impresa a livello mondiale registreranno un ulteriore aumento del +2,8% nel corso del 2026. Un dato che conferma il perdurare delle difficoltà per il tessuto produttivo internazionale, nonostante l’avvio di una fase di graduale allentamento delle politiche monetarie.
In netta controtendenza rispetto alla media globale e alle principali economie avanzate, l’Italia si appresta invece a chiudere l’anno con una previsione di calo delle procedure concorsuali pari al -2%. Questo dato arriva dopo un biennio (2024-2025) caratterizzato da una forte crescita dei default, segnando quella che gli analisti definiscono una “tregua tecnica” più che una strutturale guarigione del sistema. Il report evidenzia come la forbice tra l’economia italiana e quella dei partner commerciali storici, come Germania e Francia, si stia ampliando su questo specifico indicatore, offrendo spunti di riflessione cruciali per chi opera nella finanza e nei mercati.
L’analisi di Coface dipinge un quadro globale complesso, definito dagli esperti come una “stabilizzazione ingannevole”. Sebbene l’aumento del 2,8% previsto per il 2026 sia inferiore ai picchi registrati negli anni immediatamente successivi alla crisi inflattiva, il trend rimane positivo, indicando che il numero di aziende costrette a chiudere i battenti continua a salire. Secondo Jonathan Steenberg, economista di Coface, il 2026 non porterà una vera inversione di tendenza, ma piuttosto una decelerazione della crescita delle insolvenze.
Le imprese di tutto il mondo stanno ancora smaltendo gli effetti della stretta monetaria del passato. Nonostante i costi di finanziamento stiano iniziando a scendere, i bilanci aziendali rimangono sotto pressione a causa di margini compressi e livelli di indebitamento ancora elevati. Il report sottolinea un rischio latente: basterebbe un aumento dei tassi di interesse di soli 25 punti base rispetto alle attese per invertire questa fragile stabilizzazione e spingere nuovamente le insolvenze globali verso una crescita del 4-5%.
Il dato italiano del -2% rappresenta un’anomalia positiva nel contesto G7, ma va letto con le dovute cautele. Secondo gli analisti di Coface, questa contrazione non deriva esclusivamente da un miglioramento della solidità finanziaria delle imprese tricolori, quanto piuttosto da fattori congiunturali e demografici del tessuto imprenditoriale. Dopo l’ondata di chiusure registrata nel 2024 e 2025, che ha eliminato dal mercato le realtà più fragili (spesso definite “imprese zombie”), la base di aziende attive si è ridotta.
Il calo delle insolvenze è quindi, in parte, una conseguenza matematica della diminuzione del numero totale di imprese operanti. Tuttavia, non si può ignorare la resilienza mostrata da alcuni settori chiave del Made in Italy, che hanno saputo riorganizzare la propria struttura del debito e orientarsi verso mercati esteri più dinamici, sostenendo così indirettamente il PIL nazionale.
Mentre l’Italia respira, altri grandi attori economici faticano. Gli Stati Uniti dovrebbero registrare un aumento delle insolvenze del +4% nel 2026. A pesare sulle imprese americane sono soprattutto le recenti politiche commerciali e i dazi doganali, che, sebbene mirati a proteggere il mercato interno, sono stati in parte assorbiti dalle aziende stesse, erodendo i margini di profitto in settori vulnerabili.
In Europa, la situazione è variegata ma tendenzialmente negativa:
A livello settoriale, il report Coface identifica alcune aree di criticità che richiedono particolare attenzione per gli investimenti. Le industrie chimiche, il settore tessile e, soprattutto, il comparto delle costruzioni rimangono i più esposti al rischio di default. In particolare, l’edilizia continua a soffrire per l’aumento dei costi dei materiali e per la fine di molti incentivi statali che avevano drogato il mercato nel quinquennio precedente.
Il 2026 si apre dunque con segnali contrastanti per l’economia reale. Se da un lato l’Italia mostra una capacità di resistenza superiore alle attese, con un calo delle insolvenze del 2%, dall’altro il contesto globale suggerisce prudenza. La riduzione dei costi di finanziamento è un segnale positivo, ma la fragilità strutturale di molte imprese e l’incertezza geopolitica mantengono alto il livello di guardia.
Per gli investitori e gli operatori di borsa, il messaggio è chiaro: la selezione diventa fondamentale. Non tutti i mercati e non tutti i settori reagiranno allo stesso modo alla “nuova normalità” dei tassi. La stabilizzazione è in atto, ma come avverte Coface, è un equilibrio precario che non ammette errori di valutazione nella gestione del rischio di credito.
Secondo il report Coface, l Italia si distingue dal panorama internazionale con una previsione di calo delle insolvenze pari al 2 per cento. Mentre a livello globale i fallimenti cresceranno del 2,8 per cento, il nostro Paese vive una fase di tregua tecnica dopo il forte aumento dei default registrato nel biennio precedente, ponendosi in netta controtendenza rispetto a partner storici come Francia e Germania.
Il calo del 2 per cento non indica necessariamente una strutturale guarigione del sistema, ma è in parte dovuto alla scomparsa delle imprese più fragili, spesso definite zombie, avvenuta tra il 2024 e il 2025. Inoltre, la resilienza di alcuni settori chiave del Made in Italy e la riorganizzazione del debito hanno permesso alle aziende rimaste di affrontare meglio le sfide attuali rispetto ai competitor esteri.
Le analisi evidenziano criticità maggiori per l industria chimica, il settore tessile e in particolar modo il comparto delle costruzioni. Quest ultimo risente pesantemente dell aumento dei costi dei materiali e della fine degli incentivi statali che avevano sostenuto il mercato negli anni passati, rendendo queste aree le più esposte al rischio di chiusura.
A differenza dell Italia e della Spagna, che vedono un calo delle insolvenze, le principali economie mostrano segni di affanno. Gli Stati Uniti prevedono un aumento dei default del 4 per cento a causa di dazi e margini ridotti, mentre in Europa Francia e Regno Unito segneranno un più 2 per cento e la Germania un più 1 per cento, confermando una situazione globale complessa.
L espressione indica che, sebbene la crescita delle insolvenze globali stia rallentando rispetto ai picchi passati, il numero di aziende che chiudono continua comunque a salire. Si tratta di un equilibrio precario in cui i bilanci aziendali restano sotto pressione e dove basterebbe un minimo rialzo dei tassi di interesse per far impennare nuovamente i fallimenti verso soglie critiche del 4 o 5 per cento.