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MILANO – È una proposta destinata a far discutere e, potenzialmente, a riscrivere le regole del commercio al dettaglio in Italia quella lanciata oggi, 8 gennaio 2026, dai vertici di Coop. In un contesto macroeconomico segnato da una crescita asfittica e da un potere d’acquisto delle famiglie sempre più eroso, il colosso della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) ha messo sul tavolo un’ipotesi radicale: chiudere i supermercati la domenica. L’obiettivo dichiarato è il recupero di efficienza e la sostenibilità dei bilanci, messi a dura prova da un 2025 che ha visto i volumi di vendita contrarsi e i margini operativi ridursi al lumicino.
L’annuncio arriva direttamente da Ernesto Dalle Rive, presidente di Ancc-Coop, che ha delineato i contorni di una strategia difensiva necessaria per navigare le acque agitate dell’economia italiana. Secondo le stime dell’Ufficio Studi Coop, il ritorno a un modello di apertura su sei giorni settimanali (dal lunedì al sabato) potrebbe generare risparmi sistemici per l’intero comparto della GDO compresi tra i 2,3 e i 2,6 miliardi di euro l’anno. Una cifra monstre, capace di ridare ossigeno a un settore che, pur fatturando miliardi, soffre di una redditività sempre più compressa.
La notizia, battuta dalle principali agenzie e ripresa da Sky TG24 e ItaliaOggi, non riguarda solo la logistica o i turni di lavoro, ma tocca il cuore pulsante delle abitudini di consumo degli italiani, mettendo in discussione quel modello di “sempre aperto” inaugurato oltre un decennio fa con le liberalizzazioni del governo Monti. Ma in un 2026 dove il PIL italiano è previsto in crescita di un timido 0,2%, la domanda che la Coop pone al mercato è chiara: vale ancora la pena tenere le luci accese la domenica?
Il cuore finanziario della proposta risiede nella struttura dei costi operativi. Tenere aperto un ipermercato o un supermercato la domenica non è un’operazione a costo zero, anzi. Secondo quanto riportato da Virgilio e confermato dalle analisi di settore, il lavoro domenicale comporta una maggiorazione salariale che si aggira intorno al 30% rispetto alla tariffa ordinaria, come previsto dai Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL). A questo “extra” in busta paga vanno aggiunti i costi fissi incomprimibili: energia elettrica per l’illuminazione e la refrigerazione, riscaldamento o condizionamento, sicurezza e pulizie.
In un periodo di vacche grasse, questi costi venivano assorbiti dai volumi di vendita aggiuntivi. Tuttavia, l’attuale scenario di finanza aziendale mostra una realtà ben diversa. L’inflazione, seppur rallentata rispetto ai picchi del biennio 2023-2024, ha modificato strutturalmente il carrello della spesa. I consumatori sono diventati estremamente selettivi, riducendo gli acquisti d’impulso che spesso caratterizzavano lo shopping domenicale. Se l’incasso della domenica non copre più i costi maggiorati di gestione, il mantenimento dell’apertura diventa un’inefficienza allocativa che pesa sui margini e riduce la capacità di fare nuovi investimenti.
Per comprendere la portata storica di questa possibile inversione di rotta, bisogna guardare al passato recente. La liberalizzazione totale degli orari commerciali fu introdotta dal decreto “Salva Italia” del governo Monti nel 2011, con l’intento di stimolare la concorrenza e il PIL attraverso un aumento dei consumi. Per anni, la GDO ha cavalcato questa onda, trasformando la domenica nel secondo giorno di fatturato più importante della settimana dopo il sabato.
Oggi, però, il vento è cambiato. Secondo i dati citati da ItaliaOggi, le abitudini degli italiani nel 2026 sono mutate profondamente: un italiano su tre non fa più la spesa la domenica. L’ascesa inarrestabile dell’e-commerce e del quick-commerce (consegne rapide a domicilio), unita a una maggiore attenzione al tempo libero, ha svuotato le corsie dei supermercati nei giorni festivi. I dati suggeriscono che la chiusura domenicale non comporterebbe una perdita netta di fatturato, ma piuttosto una redistribuzione degli acquisti sugli altri sei giorni della settimana (in particolare venerdì e sabato), eliminando però i costi extra del settimo giorno.
La proposta di Coop, tuttavia, non può essere attuata in solitaria senza rischi. Se Coop chiudesse e i competitor come Esselunga, Carrefour o i discount rimanessero aperti, si verificherebbe un travaso di clienti verso le insegne attive, con una conseguente perdita di quote di mercato. È qui che entra in gioco la diplomazia economica. Dalle Rive ha esplicitamente parlato di un’ipotesi da “condividere con il sistema”, auspicando un tavolo di confronto con Federdistribuzione e le altre associazioni di categoria.
Gli occhi degli analisti di borsa sono puntati sulle grandi catene quotate e sui gruppi internazionali presenti in Italia. Accetteranno di fare un passo indietro per salvaguardare la marginalità, o useranno la domenica come arma competitiva per aggredire le quote di mercato della Coop? In un settore dove la guerra dei prezzi è feroce, il “dilemma del prigioniero” è evidente: la soluzione ottimale per il sistema (tutti chiusi per risparmiare) rischia di saltare se un singolo attore decide di deviare per massimizzare il proprio profitto a breve termine.
Oltre ai numeri di bilancio, la proposta tocca corde sensibili sul fronte sociale. I sindacati, storicamente contrari alla deregulation degli orari, potrebbero accogliere con favore un ritorno al riposo festivo, vedendolo come una vittoria per la qualità della vita dei lavoratori. Tuttavia, la medaglia ha un rovescio: la chiusura domenicale potrebbe portare a una riduzione delle ore lavorate per i contratti part-time verticali o per gli studenti che lavorano proprio nel weekend, con possibili ricadute sui livelli occupazionali complessivi.
Inoltre, c’è l’aspetto del servizio al pubblico. Per una fascia di popolazione che lavora tutta la settimana, la domenica rimane l’unico momento disponibile per fare rifornimento. Eliminare questa opzione potrebbe creare disagi e spingere ulteriormente i consumatori verso le piattaforme online, che operano 24 ore su 24, sottraendo risorse all’economia reale dei negozi fisici.
La proposta della Coop di chiudere i supermercati la domenica segna un punto di svolta nella narrazione economica del 2026. Non è più la corsa all’espansione a tutti i costi a guidare le strategie dei mercati retail, ma la necessità di razionalizzare e sopravvivere in un contesto di stagnazione. Se il risparmio di 2,6 miliardi di euro è un miraggio allettante per i bilanci aziendali, la sua realizzazione dipende dalla capacità del settore di muoversi compatto. Resta da vedere se i consumatori italiani, abituati da quindici anni alla comodità della spesa sette giorni su sette, accetteranno questo ritorno al passato o se puniranno le insegne che abbasseranno la saracinesca. La partita è appena iniziata, e il risultato influenzerà non solo i conti della GDO, ma lo stile di vita di milioni di cittadini.
La iniziativa nasce dalla urgenza di tagliare i costi operativi e risanare i bilanci in una fase di stagnazione economica. Tenere aperto il settimo giorno comporta spese elevate per stipendi maggiorati e utenze che non sono più coperte dagli incassi, visto che i consumatori hanno ridotto gli acquisti impulsivi a causa della inflazione.
Secondo le stime degli analisti, il ritorno alla apertura su sei giorni potrebbe generare risparmi per tutto il settore tra i 2,3 e i 2,6 miliardi di euro annui. Queste risorse verrebbero recuperate tagliando le maggiorazioni salariali del 30 per cento e i costi fissi di gestione, ridando ossigeno ai margini di profitto delle aziende.
Al momento è una proposta lanciata da Coop che necessita di essere condivisa con tutto il sistema della Grande Distribuzione. Senza un accordo comune con le altre catene e i discount, chiudere da soli significherebbe perdere clienti a favore della concorrenza, quindi serve una strategia unitaria del settore.
I clienti dovranno concentrare gli acquisti dal lunedì al sabato, una tendenza già in atto dato che un italiano su tre non fa più la spesa nel giorno festivo. La crescita del commercio online e la consegna a domicilio offrono alternative valide, rendendo la apertura fisica domenicale meno indispensabile rispetto al passato.
Se da un lato i sindacati potrebbero accogliere bene il riposo domenicale, esiste il pericolo di un calo delle ore lavorate per chi ha contratti part time o lavora solo nel fine settimana. Questo potrebbe penalizzare studenti e lavoratori precari che vedrebbero ridursi le opportunità di impiego nel settore.