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È arrivata nella notte, come un terremoto giudiziario atteso da anni, la sentenza che chiude uno dei capitoli più dolorosi della storia bancaria del Mezzogiorno. Il Tribunale delle Imprese di Bari ha condannato gli ex vertici della Banca Popolare di Bari e la società di revisione a un risarcimento complessivo di 122 milioni di euro. La decisione accoglie l’azione di responsabilità promossa dai commissari straordinari in seguito al dissesto che ha travolto l’istituto di credito pugliese, salvato poi dall’intervento pubblico.
La sentenza rappresenta un punto di svolta per l’economia locale e nazionale, sancendo nero su bianco la mala gestio che ha portato al collasso della più grande banca del Sud Italia. Al centro del verdetto ci sono le figure apicali della vecchia gestione, ritenute responsabili di aver condotto l’istituto verso il baratro attraverso pratiche creditizie imprudenti e violazioni normative, bruciando i risparmi di decine di migliaia di soci.
Mentre i mercati osservano con attenzione l’esito di questa vicenda, resta aperta la ferita dei piccoli risparmiatori. Se da un lato la giustizia fa il suo corso sanzionando i manager, dall’altro le associazioni dei consumatori alzano la voce, chiedendo che questi fondi non restino una mera partita di giro contabile ma servano a ristorare chi ha perso tutto nei propri investimenti.
Secondo la sentenza depositata oggi, 25 gennaio 2026, il Tribunale ha riconosciuto le gravi responsabilità degli ex amministratori nella gestione dei crediti e nel controllo dei rischi. La condanna colpisce in particolare la famiglia Jacobini, per decenni al comando dell’istituto: l’ex presidente Marco Jacobini e il figlio Gianluca (già condirettore generale) sono stati condannati a risarcire, in solido con altri amministratori, la somma più ingente, quantificata in circa 109 milioni di euro.
Il dispositivo della sentenza non risparmia nemmeno l’ex amministratore delegato Giorgio Papa e coinvolge direttamente anche la società di revisione PricewaterhouseCoopers (PwC), condannata a pagare circa 2,7 milioni di euro per non aver vigilato adeguatamente sui bilanci dell’istituto. Si tratta di un segnale fortissimo per il mondo della finanza: anche i controllori possono essere chiamati a rispondere dei danni se il loro operato non garantisce la trasparenza dovuta al mercato.
Nelle motivazioni del provvedimento, i giudici hanno puntato il dito contro specifiche operazioni che hanno depauperato il patrimonio della banca. Un ruolo centrale è occupato dai finanziamenti concessi al gruppo Maiora, facente capo all’imprenditore Vito Fusillo. Secondo il tribunale, l’esposizione verso questo gruppo, arrivata a toccare i 160 milioni di euro, è stata gestita in totale spregio delle norme prudenziali, con erogazioni continuate nonostante le evidenti difficoltà del debitore.
La mala gestio accertata non riguarda solo singoli errori di valutazione, ma un sistema di governance difettoso, dove le informazioni cruciali venivano spesso omesse o manipolate per nascondere la reale situazione dei conti al Consiglio di Amministrazione e agli organi di controllo. Queste pratiche hanno eroso la solidità della banca, costringendo infine lo Stato a intervenire tramite il Mediocredito Centrale per evitare un impatto devastante sul PIL del Sud Italia.
La notizia della condanna è stata accolta con favore, ma anche con preoccupazione, dalle associazioni che tutelano i risparmiatori. L’Unione Nazionale Consumatori (UNC) è intervenuta immediatamente sulla questione. Secondo l’avvocato Antonio Calvani, delegato dell’UNC, questa sentenza non deve trasformarsi in una vittoria di Pirro per gli azionisti.
«Questi 122 milioni non possono restare una partita meramente contabile a favore della banca risanata», ha dichiarato Calvani. «Devono tradursi, direttamente o indirettamente, in un ristoro concreto per chi ha subito l’azzeramento dei risparmi di tutta una vita. I veri danneggiati di questa vergognosa vicenda sono le 70.000 famiglie che hanno visto andare in fumo i propri sacrifici». L’UNC sottolinea come il risarcimento, che tecnicamente spetta all’istituto (ora Banca del Mezzogiorno), debba moralmente ricadere sulla platea degli azionisti traditi.
Il crac della Popolare di Bari non è stato un evento isolato, ma uno degli episodi più critici per il sistema bancario italiano recente. La condanna odierna arriva in un momento in cui la Borsa e i mercati finanziari richiedono massima trasparenza e rigore. Il salvataggio della banca, costato centinaia di milioni di euro di denaro pubblico, era stato necessario per evitare un effetto domino sull’economia reale di Puglia e Basilicata.
La sentenza odierna ribadisce un principio fondamentale: la responsabilità degli amministratori non cessa con la fine del loro mandato o con il commissariamento dell’ente. Per gli analisti, questo verdetto potrebbe costituire un precedente importante per altre azioni di responsabilità in corso nel settore bancario, incentivando una gestione più oculata del rischio di credito e una maggiore attenzione alla compliance normativa.
La condanna a 122 milioni di euro per gli ex vertici della Banca Popolare di Bari chiude il cerchio sulle responsabilità civili del dissesto, ma lascia aperti interrogativi sul futuro dei rimborsi ai piccoli azionisti. Mentre la giustizia ha fatto il suo corso sanzionando la cattiva gestione, la sfida ora si sposta sul piano politico ed economico: garantire che le risorse recuperate possano, in qualche forma, alleviare il danno subito dal tessuto sociale. In un’economia moderna, la fiducia è la valuta più preziosa, e sentenze come questa sono passi necessari, seppur dolorosi, per tentare di ricostruirla.
Il Tribunale delle Imprese di Bari ha condannato i vertici della vecchia gestione dell’istituto. Tra le figure principali figurano l’ex presidente Marco Jacobini e il figlio Gianluca, già condirettore generale, oltre all’ex amministratore delegato Giorgio Papa. La sentenza coinvolge anche la società di revisione PricewaterhouseCoopers. Tutti sono stati ritenuti responsabili della mala gestio che ha portato al dissesto della banca, con un obbligo di risarcimento complessivo pari a 122 milioni di euro.
Al momento, il risarcimento di 122 milioni di euro è destinato tecnicamente all’istituto bancario risanato e non direttamente ai singoli azionisti. Tuttavia, le associazioni come l’Unione Nazionale Consumatori stanno esercitando forti pressioni affinché queste risorse non restino una mera operazione contabile ma vengano utilizzate per ristorare le circa 70.000 famiglie che hanno perso i propri risparmi. La destinazione finale dei fondi rimane quindi un tema centrale del dibattito post-sentenza.
Le motivazioni della sentenza indicano una gestione imprudente del credito e gravi violazioni delle norme prudenziali. I giudici hanno evidenziato in particolare i finanziamenti concessi a gruppi in difficoltà, come il gruppo Maiora, gestiti senza adeguate garanzie. A questo si aggiunge un sistema di governance difettoso, in cui informazioni cruciali venivano omesse o manipolate per nascondere la reale situazione dei conti al Consiglio di Amministrazione e agli organi di controllo.
La società di revisione PricewaterhouseCoopers è stata condannata a pagare circa 2,7 milioni di euro per non aver vigilato in modo adeguato sui bilanci dell’istituto. Il Tribunale ha stabilito che i controllori non hanno garantito la dovuta trasparenza al mercato, sancendo il principio che anche le società di revisione possono essere chiamate a rispondere dei danni qualora il loro operato non rilevi le criticità evidenti nella gestione finanziaria di una banca.
La condanna prevede un risarcimento complessivo di 122 milioni di euro. La quota più rilevante, quantificata in circa 109 milioni, deve essere risarcita in solido dagli ex amministratori, inclusa la famiglia Jacobini. Questa somma rappresenta la quantificazione del danno subito dalla banca a causa delle pratiche creditizie scorrette e della mancata gestione dei rischi che hanno eroso il patrimonio dell’istituto.