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Washington D.C. – La domanda rimbalza dalle cancellerie europee ai corridoi delle Nazioni Unite, alimentata da un trend di ricerca che nelle ultime ore ha superato ogni record: quali paesi potrebbero essere i prossimi nel mirino di Donald Trump? In questa fredda mattina del 6 gennaio 2026, a un anno esatto dall’inizio del suo secondo mandato e poche ore dopo le scioccanti immagini di Nicolás Maduro scortato in un tribunale di Manhattan, il mondo si interroga sulla prossima mossa della Casa Bianca. Fonti autorevoli come BBC, CNN e The Guardian stanno già tracciando la mappa dei possibili nuovi fronti caldi, delineando una strategia di politica estera che appare sempre più aggressiva e imprevedibile.
L’operazione lampo in Venezuela ha ridefinito i paradigmi della diplomazia americana, segnando il ritorno a un interventismo diretto che molti credevano archiviato. Tuttavia, l’agenda del Presidente non sembra esaurirsi con Caracas. Tra rivendicazioni territoriali nell’Artico, pressioni sul regime di Teheran e una guerra commerciale senza quartiere, l’amministrazione Trump sembra pronta ad aprire nuovi capitoli di confronto globale. Analizziamo, dati alla mano, quali nazioni rischiano di trovarsi presto nell’occhio del ciclone.
Per comprendere il futuro, è necessario guardare agli eventi delle ultime 48 ore. L’arresto di Nicolás Maduro e il suo trasferimento negli Stati Uniti, confermato dalle immagini trasmesse dalla CNN che lo ritraggono mentre dichiara la sua innocenza di fronte alla corte federale, ha inviato un messaggio inequivocabile: l’America di Trump non si limita più alle sanzioni. Secondo gli analisti del Guardian, questa mossa incarna una riedizione muscolare della Dottrina Monroe, dove l’emisfero occidentale è considerato zona di influenza esclusiva e inviolabile. Questo precedente rende plausibile che altre nazioni considerate “ostili” o “strategiche” possano subire trattamenti simili o pressioni diplomatiche estreme.
In cima alla lista dei potenziali obiettivi, per quanto possa sembrare surreale, torna prepotentemente la Groenlandia. Non è un mistero che Trump abbia già espresso in passato il desiderio di acquisire l’isola danese, ma secondo recenti report della BBC, la questione è tornata sul tavolo dello Studio Ovale con rinnovata urgenza. Le tensioni con la Danimarca sono salite alle stelle dopo che fonti diplomatiche hanno suggerito che un’azione unilaterale americana non è più un tabù.
La posizione strategica della Groenlandia nell’Artico, ricca di risorse naturali e cruciale per il controllo delle rotte polari contese con la Russia e la Cina, la rende un obiettivo primario. Il governo di Copenaghen ha già avvertito che qualsiasi atto ostile segnerebbe “la fine della NATO” così come la conosciamo, ma l’amministrazione Trump ha dimostrato di considerare le alleanze tradizionali come sacrificabili sull’altare dell’interesse nazionale. La retorica di Washington si sta spostando dal “comprare” l’isola al “garantire la sicurezza” dell’Artico, un cambio semantico che spesso prelude all’azione.
Spostando lo sguardo verso il Medio Oriente, l’Iran appare come il candidato più probabile per un’escalation militare o un’operazione di cambio di regime. Mentre il paese è scosso da nuove ondate di proteste interne, Trump ha utilizzato i suoi canali social per avvertire Teheran di essere “locked and loaded” (pronto a colpire). Secondo quanto riportato dalla CNN, l’amministrazione sta monitorando attentamente la repressione delle manifestazioni, minacciando di colpire “molto duramente” le autorità iraniane se le violenze sui civili dovessero continuare.
A differenza del Venezuela, un intervento in Iran presenterebbe rischi militari e geopolitici enormemente superiori. Tuttavia, l’attuale dottrina della Casa Bianca sembra puntare sullo sfruttamento del malcontento interno per destabilizzare il regime degli Ayatollah, supportato da una pressione esterna massima. Gli osservatori temono che un incidente nel Golfo Persico possa essere il casus belli per trasformare la retorica in conflitto aperto.
Sulla scia dell’operazione venezuelana, anche Cuba e Nicaragua sono tornati prepotentemente nei radar di Washington. Secondo un’analisi del The Guardian, l’obiettivo di Trump potrebbe essere quello di smantellare definitivamente la cosiddetta “Troika della tirannia” in America Latina. Con il Venezuela “neutralizzato”, L’Avana e Managua appaiono isolate e vulnerabili. Le sanzioni economiche potrebbero essere inasprite fino al blocco navale, nel tentativo di forzare un collasso politico interno senza necessariamente ricorrere a un’invasione di terra, sebbene l’opzione militare non venga più esclusa a priori dagli strateghi del Pentagono.
Non tutti gli “obiettivi” sono militari. La guerra di Trump è anche, e soprattutto, economica. I dazi rimangono l’arma preferita per piegare alleati e avversari. Messico e Canada, nonostante gli accordi commerciali esistenti, sono sotto costante minaccia di nuove tariffe punitive se non si allineeranno alle richieste statunitensi su immigrazione ed energia. Anche l’Unione Europea è nel mirino: la Casa Bianca vede il surplus commerciale tedesco e le regolamentazioni di Bruxelles come un affronto diretto all’economia americana. In questo scenario, ogni nazione con un bilancio commerciale positivo verso gli USA è un potenziale bersaglio di quella che gli esperti definiscono “diplomazia tariffaria”.
Studia il precedente dell'intervento in Venezuela. Questo segna un ritorno all'interventismo diretto e alla Dottrina Monroe, indicando che le nazioni ostili potrebbero subire azioni simili.
Osserva le tensioni nell'Artico. La Groenlandia è un obiettivo primario per le risorse e la posizione strategica, con una retorica USA che si sposta dall'acquisto alla garanzia della sicurezza.
Considera l'Iran come candidato per un cambio di regime. L'amministrazione punta a sfruttare le proteste interne e la pressione esterna per destabilizzare il governo, rischiando un conflitto aperto.
Verifica la situazione di Cuba e Nicaragua. Dopo il Venezuela, questi paesi rischiano sanzioni estreme o blocchi navali per forzare un collasso politico e smantellare la "Troika della tirannia".
Non trascurare il fronte economico. Messico, Canada e Unione Europea sono nel mirino della "diplomazia tariffaria" se mantengono surplus commerciali o non si allineano alle richieste di Washington.
Il 6 gennaio 2026 potrebbe passare alla storia non solo come l’anniversario di un mandato controverso, ma come il momento in cui il mondo ha preso atto che le regole del gioco sono cambiate definitivamente. L’intervento in Venezuela ha dimostrato che le “linee rosse” diplomatiche sono svanite. Che si tratti delle risorse della Groenlandia, del regime iraniano o dei mercati europei, nessun paese può considerarsi al sicuro dallo sguardo di Washington. Come sottolineano le analisi di BBC e CNN, l’imprevedibilità è diventata l’unica costante della geopolitica americana, lasciando il resto del mondo a chiedersi, con crescente ansia: chi sarà il prossimo?
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Secondo l’analisi geopolitica, i principali obiettivi includono la Groenlandia per ragioni strategiche, l’Iran per il cambio di regime, oltre a Cuba e Nicaragua.
La Groenlandia è cruciale per la sua posizione nell’Artico, le risorse naturali e il controllo delle rotte polari in competizione con Russia e Cina.
L’amministrazione Trump minaccia azioni militari dirette (‘locked and loaded’) sfruttando le proteste interne per destabilizzare il regime degli Ayatollah.
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È un termine usato per definire Venezuela, Cuba e Nicaragua, considerati da Washington come regimi ostili da smantellare nell’emisfero occidentale.