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L’inverno 2026 si sta rivelando una stagione particolarmente dura per il sistema sanitario della Capitale e della regione Lazio. Nella giornata di oggi, 8 gennaio 2026, i dati dipingono un quadro di severa criticità: l’ondata influenzale ha raggiunto il suo picco, mettendo a dura prova la tenuta dei pronto soccorso romani, ormai sotto stress da giorni. Le strutture di emergenza sono letteralmente prese d’assalto, con un afflusso di pazienti che ha superato la soglia di guardia, costringendo medici e infermieri a turni massacranti per garantire l’assistenza.
La situazione appare complessa non solo per l’elevato numero di contagi, ma anche per le difficoltà strutturali nel gestire i ricoveri. Le immagini che arrivano dai principali ospedali della città mostrano sale d’attesa gremite e barelle posizionate nei corridoi, mentre all’esterno si registra il fenomeno delle ambulanze in coda, impossibilitate a sbarellare i pazienti per mancanza di posti letto disponibili. Un’emergenza che, secondo gli esperti, è il risultato della combinazione tra la virulenza della stagione influenzale attuale e le croniche carenze della sanità pubblica.
I dati raccolti nelle ultime 24 ore sono allarmanti. Secondo quanto riportato dalle autorità sanitarie regionali e dai sindacati di categoria, si sono registrati oltre 5.000 accessi nei Dipartimenti di emergenza del Lazio in una sola giornata. Un numero enorme che ha mandato in tilt il sistema di smistamento e ricovero. Nel pomeriggio, più di 1.500 pazienti risultavano ancora in carico ai pronto soccorso in attesa di essere visitati o, peggio, di trovare una collocazione in reparto.
Il dato forse più emblematico della crisi riguarda i mezzi di soccorso: ben 45 ambulanze sono rimaste bloccate ferme davanti agli ospedali, utilizzate di fatto come “letti aggiuntivi” temporanei perché le strutture non avevano spazi fisici dove accogliere i malati. Questo blocco ha ripercussioni dirette sulla capacità di risposta del 118 alle nuove chiamate di emergenza sul territorio. I tempi di attesa per ottenere un posto letto vero e proprio hanno superato in molti casi le 24 ore, con picchi di disagio segnalati in strutture nevralgiche come il San Camillo, il Policlinico Umberto I, il San Filippo Neri e il Policlinico Tor Vergata.
A spingere questa ondata di accessi è principalmente la circolazione della cosiddetta “Variante K” del virus influenzale, identificata come il ceppo A(H3N2). Questa variante si sta dimostrando particolarmente aggressiva, portando con sé non solo i classici sintomi respiratori e febbrili, ma spesso anche complicanze gastrointestinali che debilitano ulteriormente i pazienti, spingendoli a cercare aiuto ospedaliero. Secondo i dati della sorveglianza epidemiologica, l’incidenza dell’influenza nel Lazio ha toccato quota 17,98 casi per 1.000 assistiti, posizionando la regione nella fascia di intensità media, ma con numeri assoluti molto elevati data la densità abitativa.
Si stima che nelle ultime due settimane oltre 100.000 persone siano state costrette a letto nel solo Lazio. La fascia di popolazione più colpita rimane quella pediatrica, in particolare i bambini tra 0 e 4 anni, dove l’incidenza schizza a livelli molto più alti, sfiorando i 40-50 casi per mille assistiti. Tuttavia, a intasare i pronto soccorso sono prevalentemente anziani e soggetti fragili, per i quali l’influenza può evolvere rapidamente in polmoniti o scompensi di patologie croniche preesistenti.
Di fronte a questo scenario, le reazioni non si sono fatte attendere. I segretari generali di Fp Cgil e Uil Fpl di Roma e Lazio, Paolo Terrasi e Claudio Benedetti, hanno definito la situazione “drammatica”, denunciando come il diritto alla salute sia messo a rischio da un sistema strutturalmente fragile. Secondo i sindacati, il collasso odierno non è un evento imprevedibile, ma la conseguenza di anni di tagli: tra il 2013 e il 2022, nel Lazio sarebbero stati eliminati oltre 4.000 posti letto, riducendo drasticamente la capacità di assorbimento degli ospedali durante i picchi epidemici.
Anche Riccardo Simeu, presidente della Società Italiana di Medicina di Emergenza Urgenza, ha sottolineato come i pronto soccorso stiano pagando il prezzo delle inefficienze della medicina territoriale. Si stima infatti che circa il 40% degli accessi attuali riguardi codici bianchi o verdi, ovvero pazienti che potrebbero essere curati dai medici di base o nelle strutture territoriali, se queste fossero pienamente operative e accessibili. Invece, l’ospedale resta spesso l’unico punto di riferimento aperto h24 per i cittadini spaventati dai sintomi influenzali.
In questo contesto di emergenza, la prevenzione gioca un ruolo cruciale per non aggravare ulteriormente il carico sugli ospedali. Le autorità sanitarie rinnovano l’appello alla vaccinazione, che rimane lo strumento più efficace per evitare le forme gravi della malattia, specialmente per le categorie a rischio. È fondamentale inoltre adottare comportamenti responsabili: lavarsi frequentemente le mani, arieggiare i locali chiusi e utilizzare la mascherina in presenza di sintomi o in luoghi affollati.
Per chi contrae il virus, il consiglio dei medici è di non recarsi immediatamente al pronto soccorso alla comparsa della febbre, a meno che non vi siano difficoltà respiratorie evidenti o condizioni di fragilità preesistenti. Consultare il proprio medico di famiglia o la guardia medica è il primo passo corretto per ricevere le cure appropriate senza sovraffollare le strutture di emergenza, lasciando le risorse ospedaliere a chi ne ha vitale necessità.
L’emergenza influenza di questo inizio 2026 a Roma e nel Lazio mette in luce, ancora una volta, la necessità di un ripensamento organizzativo del sistema sanitario regionale. Se da un lato i numeri del contagio sono elevati, dall’altro è la risposta strutturale a mostrare le sue crepe. Mentre medici e infermieri continuano a lavorare senza sosta per fronteggiare il picco, resta evidente che senza un potenziamento della rete territoriale e un adeguamento dei posti letto ospedalieri, situazioni di stress come quella odierna rischiano di diventare una cronicità ciclica ad ogni inverno.
La variante K, identificata come ceppo A H3N2, si manifesta con una sintomatologia particolarmente aggressiva. Oltre ai classici disturbi respiratori e stati febbrili, questa forma virale comporta spesso complicanze gastrointestinali che debilitano fortemente i pazienti. I soggetti più colpiti in termini di incidenza sono i bambini tra 0 e 4 anni, ma le complicazioni gravi che richiedono ospedalizzazione riguardano soprattutto anziani e persone fragili.
Il sistema sanitario regionale sta affrontando una fase di severa criticità con oltre 5.000 accessi giornalieri ai dipartimenti di emergenza. Strutture nevralgiche come il San Camillo e il Policlinico Umberto I registrano tempi di attesa per il ricovero superiori alle 24 ore, con numerose ambulanze bloccate all’esterno per mancanza di posti letto disponibili per sbarellare i pazienti. La situazione è aggravata dalla carenza strutturale di risorse e dal picco epidemico stagionale.
I medici consigliano di recarsi al pronto soccorso solo in presenza di difficoltà respiratorie evidenti o se il paziente soffre di patologie croniche preesistenti a rischio scompensazione. In caso di febbre senza sintomi allarmanti, è fondamentale consultare il proprio medico di famiglia o la guardia medica per evitare di sovraffollare le strutture di emergenza, lasciando le risorse ospedaliere a chi ne ha vitale necessità.
L’emergenza è il risultato di una combinazione tra l’alta virulenza della stagione influenzale attuale e le carenze strutturali della sanità pubblica accumulate negli anni. I sindacati segnalano che tra il 2013 e il 2022 sono stati tagliati oltre 4.000 posti letto nella regione, riducendo drasticamente la capacità di assorbimento dei picchi epidemici. Inoltre, circa il 40 per cento degli accessi riguarda codici minori che potrebbero essere gestiti dalla medicina territoriale se fosse pienamente operativa.
Le autorità sanitarie raccomandano la vaccinazione come strumento principale per evitare le forme gravi della malattia, specialmente per le categorie a rischio. È altresì importante adottare comportamenti responsabili come il lavaggio frequente delle mani, l’areazione dei locali chiusi e l’uso della mascherina in luoghi affollati o in presenza di sintomi, per limitare la diffusione del virus e non aggravare ulteriormente il carico sul sistema sanitario regionale.