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Teheran – È l’alba del decimo giorno di quella che molti osservatori non esitano più a definire una potenziale rivoluzione, e non solo una rivolta. In Iran, la soglia della sopportazione sembra essere stata irreversibilmente valicata. Secondo le ultime notizie battute dalle agenzie internazionali e confermate dalle Ong sul campo, il bilancio della repressione si è aggravato nelle ultime ore: sono almeno 35 i morti accertati, tra cui quattro bambini, e oltre 1.200 gli arresti effettuati dalle forze di sicurezza in tutto il Paese.
La notizia principale, che rimbalza dai media indipendenti come Il Fatto Quotidiano alle cancellerie occidentali, fotografa una nazione dove "la disperazione ha divorato la paura". Non si tratta più soltanto di rivendicazioni legate al velo o alle libertà civili, come nel 2022, ma di una tempesta perfetta in cui il collasso economico, seguito alla recente guerra con Israele e alle nuove sanzioni, ha saldato le istanze dei ceti medi con la fame dei più poveri. I mercati storici, i bazaar di Teheran, Isfahan e Shiraz, hanno abbassato le serrande: un segnale che storicamente, nella Repubblica Islamica, precede i grandi sconvolgimenti politici.
Secondo quanto riportato dall’agenzia Human Rights Activists News Agency (HRANA), le proteste si sono estese a macchia d’olio, toccando oltre 250 località in 27 delle 31 province iraniane. La violenza dello scontro ha raggiunto livelli critici: si segnalano raid delle forze di sicurezza persino all’interno delle strutture sanitarie, come accaduto nell’ospedale di Ilam, dove agenti in tenuta antisommossa avrebbero aperto il fuoco. D’altra parte, l’agenzia semi-ufficiale Fars riporta che anche tra le file del regime si contano perdite, con circa 250 poliziotti e 45 membri delle milizie Basij feriti negli scontri.
La miccia che ha fatto esplodere la polveriera è prettamente economica, ma con radici profonde nella geopolitica regionale. L’inflazione, ormai fuori controllo (toccando punte del 43%), e la svalutazione verticale del Rial hanno reso impossibile la vita quotidiana per milioni di iraniani. Come sottolineato nell’analisi di Tiziana Ciavardini, il paradosso di un gigante petrolifero costretto a importare benzina per miliardi di dollari, mentre destina enormi risorse alle spese militari, ha rotto il patto sociale tra il regime e la popolazione. Lo slogan "Non Gaza, non Libano, io muoio per l’Iran", tornato a risuonare nelle piazze, evidenzia il rifiuto popolare verso la politica degli esteri aggressiva condotta dagli Ayatollah.
Il contesto internazionale gioca un ruolo cruciale in questa crisi. Dagli Stati Uniti, il presidente Donald Trump ha lanciato un avvertimento inequivocabile a Teheran, dichiarando che Washington potrebbe "andare in soccorso" dei manifestanti se il regime dovesse continuare a uccidere civili inermi. Questa pressione esterna, unita al fallimento dei recenti tentativi di diplomazia per alleggerire le sanzioni, pone la leadership iraniana in un angolo.
La Repubblica Islamica appare più isolata che mai. Le conseguenze del recente conflitto di 12 giorni con Israele, che ha visto la distruzione di siti strategici e nucleari, hanno indebolito l’immagine di invincibilità dei Pasdaran. In questo vuoto di potere, figure dell’opposizione in esilio come Reza Pahlavi stanno guadagnando un’inedita trazione politica, proponendo piani di transizione che per la prima volta vengono discussi apertamente anche all’interno dei confini nazionali.
La domanda che analisti e governi stranieri si pongono è se questo sia davvero il momento del crollo. A differenza del 2009 o del 2019, la saldatura tra la classe mercantile (i bazaari) e la gioventù urbana crea un fronte trasversale difficile da gestire per l’apparato repressivo. Secondo fonti interne, il presidente Masoud Pezeshkian ha ordinato la formazione di una squadra speciale per indagare sugli eccessi delle forze di sicurezza, un tentativo tardivo e forse disperato di placare la rabbia popolare, mentre il capo della magistratura minaccia "nessuna clemenza".
Tuttavia, la sensazione diffusa è che il sistema sia strutturalmente compromesso. La corruzione endemica, unita all’incapacità di garantire i servizi essenziali e alla distruzione delle infrastrutture energetiche, ha eroso le ultime riserve di legittimità della Guida Suprema. Se la disperazione ha davvero "divorato la paura", come titolano i giornali oggi, gli strumenti tradizionali di coercizione potrebbero non bastare più a garantire la sopravvivenza della Repubblica Islamica.
Il 7 gennaio 2026 potrebbe essere ricordato come una data spartiacque nella storia del Medio Oriente. Con 35 morti confermati e un Paese paralizzato dagli scioperi, l’Iran si trova a un bivio drammatico. Da una parte, la possibilità di una repressione ancora più sanguinosa, che trasformi le piazze in campi di battaglia; dall’altra, l’ipotesi concreta di un collasso sistemico che ridisegnerebbe gli equilibri di conflitti e trattati nell’intera regione. La comunità internazionale osserva con il fiato sospeso, consapevole che il destino di Teheran deciderà molto più che i confini di una singola nazione.
L Iran sta vivendo una fase di caos che molti osservatori definiscono ormai una potenziale rivoluzione, scatenata non solo da rivendicazioni civili ma da un grave collasso economico. Le manifestazioni si sono estese in oltre 250 località con un bilancio drammatico di almeno 35 morti e 1200 arresti, segnando un punto di non ritorno dove la disperazione della popolazione ha superato la paura della repressione del regime.
La miccia della rivolta è prettamente economica, aggravata da un inflazione che tocca il 43 per cento e dalla svalutazione del Rial che ha reso impossibile la vita quotidiana. A differenza del passato, le istanze dei ceti medi si sono saldate con la fame dei più poveri, creando una tempesta perfetta alimentata anche dal rifiuto della politica estera aggressiva degli Ayatollah e dalle conseguenze della recente guerra con Israele.
I mercati storici e i bazaar di città chiave come Teheran, Isfahan e Shiraz hanno abbassato le serrande, un gesto che storicamente nella Repubblica Islamica precede i grandi cambiamenti politici. Questo sciopero segnala una pericolosa saldatura tra la classe mercantile e la gioventù urbana, creando un fronte di opposizione trasversale che l apparato repressivo fatica a contenere rispetto alle crisi precedenti.
Il presidente Donald Trump ha inviato un messaggio inequivocabile a Teheran, affermando che gli Stati Uniti potrebbero intervenire in soccorso dei manifestanti se il regime continuasse a uccidere civili inermi. Questa pressione internazionale isola ulteriormente la leadership iraniana, già indebolita militarmente e diplomaticamente dopo il recente conflitto di 12 giorni con Israele.
Secondo molti analisti il sistema appare strutturalmente compromesso e vacilla sotto il peso di una crisi senza precedenti e della distruzione delle infrastrutture energetiche. La corruzione endemica e l incapacità di garantire servizi essenziali hanno eroso la legittimità della Guida Suprema, rendendo concreta l ipotesi di un collasso sistemico poiché gli strumenti tradizionali di coercizione non sembrano più sufficienti a fermare la rabbia popolare.