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TEHERAN – L’alba del 14 gennaio 2026 sorge su un Medio Oriente mai così vicino al punto di non ritorno. Le notizie che filtrano dalla Repubblica Islamica dell’Iran, nonostante il blackout quasi totale di internet imposto dal regime, delineano i contorni di una tragedia umanitaria di proporzioni storiche. Secondo le ultime stime rilanciate da diverse agenzie internazionali e riprese dai media occidentali, il bilancio della repressione delle proteste antigovernative potrebbe aver raggiunto la cifra spaventosa di 20.000 morti. Una carneficina che segna un solco indelebile tra la popolazione e gli Ayatollah, e che proietta l’amministrazione americana guidata da Donald Trump al centro di un dilemma geopolitico cruciale.
Mentre le piazze iraniane bruciano e le cancellerie europee tentano timide mediazioni, dagli Stati Uniti arriva la voce tonante del Presidente. Donald Trump, nel suo stile inconfondibile, ha rilasciato dichiarazioni che non lasciano spazio a interpretazioni ambigue circa le sue intenzioni, pur mantenendo un velo di mistero sulla strategia operativa. «Il mio obiettivo finale è vincere», ha tuonato l’inquilino della Casa Bianca, rispondendo alle domande dei cronisti sulla crisi in corso. Una frase che evoca lo spettro di un cambio di regime forzato, ma che si scontra – almeno per ora – con la prudenza del Dipartimento di Stato, impegnato a valutare opzioni che escludano l’intervento diretto delle forze armate.
La situazione è fluida e drammatica. Le borse mondiali reagiscono con nervosismo, il prezzo del petrolio oscilla pericolosamente e le diplomazie di Mosca e Pechino osservano con crescente ostilità le mosse di Washington. In questo scenario incandescente, l’Italia e l’Europa cercano di capire quale sarà il prossimo passo: sanzioni paralizzanti, supporto coperto ai ribelli o un’escalation militare che nessuno, a parole, sembra volere ma che tutti temono.
Le informazioni che giungono da Teheran, Tabriz, Mashhad e dalle regioni curde sono frammentarie ma terrificanti. Secondo quanto riportato da fonti dell’opposizione in esilio e confermato parzialmente da organizzazioni per i diritti umani, la repressione messa in atto dai Basij e dalle Guardie della Rivoluzione ha superato ogni precedente storico, persino rispetto ai moti del 2019 o del 2022. Se inizialmente si parlava di 12.000 vittime accertate, le proiezioni più recenti, basate sulle testimonianze dagli ospedali e dagli obitori, spingono il contatore verso la soglia dei 20.000 morti.
Secondo Il Sole 24 ORE, la violenza non si è limitata all’uso di armi da fuoco contro i manifestanti, ma avrebbe coinvolto l’utilizzo di artiglieria pesante in alcune zone periferiche del Paese, dove la rivolta ha assunto i tratti di una vera e propria insurrezione armata. Le autorità iraniane, dal canto loro, negano queste cifre, parlando di «propaganda sionista e occidentale» e ammettendo solo perdite limitate tra le forze di sicurezza, vittime di quelli che definiscono «agenti stranieri».
Il blocco di internet, ormai in vigore da settimane, rende difficile la verifica indipendente, ma i video che riescono a bucare la censura mostrano scene di guerriglia urbana, edifici in fiamme e corpi nelle strade. L’ONU, attraverso i suoi portavoce, ha definito la situazione «intollerabile», chiedendo l’invio immediato di osservatori, una richiesta che Teheran ha respinto al mittente con sdegno.
In questo contesto di sangue e disperazione, la reazione di Donald Trump è stata catalizzante. Il Presidente degli Stati Uniti, forte del suo mandato e della sua retorica aggressiva, non ha usato mezzi termini. Durante un punto stampa, alla domanda su quale fosse la strategia americana per l’Iran, ha risposto seccamente: «Il mio obiettivo finale è vincere. Mi piace vincere». Una dichiarazione che, secondo gli analisti politici, va letta non solo come una minaccia militare, ma come l’intenzione di vedere il crollo definitivo della Repubblica Islamica.
Trump ha poi elencato, come riportato da diverse testate internazionali, una serie di successi militari e diplomatici delle sue amministrazioni per sottolineare la credibilità delle sue minacce. «Quello che sta succedendo in Iran non va bene. Un conto è protestare, un altro è uccidere migliaia di persone. Vedremo come andrà a finire per loro. Non andrà a finire bene», ha aggiunto il tycoon. Queste parole hanno immediatamente galvanizzato l’opposizione iraniana all’estero, che vede in Trump l’unico leader capace di esercitare la “massima pressione” necessaria per far cadere il regime.
Tuttavia, la definizione di “vittoria” rimane vaga. Significa un intervento militare diretto? Un colpo di stato pilotato? O il soffocamento economico totale del Paese fino all’implosione interna? È qui che la narrazione presidenziale si scontra con la realpolitik dei suoi consiglieri.
Nonostante la retorica infuocata dello Studio Ovale, i meccanismi della diplomazia americana sembrano muoversi su binari più cauti. Secondo indiscrezioni filtrate dal Dipartimento di Stato e riportate dai media americani, il Segretario di Stato Marco Rubio starebbe lavorando alacremente per evitare un coinvolgimento diretto delle truppe statunitensi in un nuovo conflitto mediorientale. Fonti vicine all’amministrazione confermano che «gli USA valutano una risposta non militare».
Questa strategia potrebbe includere:
Secondo il quotidiano il manifesto, questa prudenza nasconde anche il timore che un intervento armato possa compattare la popolazione iraniana attorno al regime in un afflato nazionalista, o peggio, scatenare una reazione a catena che coinvolga Israele e le monarchie del Golfo. «Non sarà Trump ad aiutare la liberazione», titola provocatoriamente il giornale, suggerendo che le speranze di un intervento salvifico potrebbero essere mal riposte.
La crisi iraniana non è un fatto isolato, ma un tassello di un mosaico globale sempre più instabile. La Russia, storico alleato di Teheran, ha reagito con veemenza alle dichiarazioni di Trump. Il Cremlino ha parlato di «inaccettabili ingerenze» e ha avvertito che qualsiasi tentativo di promuovere una «rivoluzione colorata» in Iran avrà conseguenze disastrose per la stabilità regionale. Secondo fonti diplomatiche russe, Mosca teme che la caduta dell’Iran possa indebolire la sua posizione in Siria e nel Caucaso, privandola di un partner strategico fondamentale.
Anche la Cina osserva con preoccupazione. Pechino, che acquista grandi quantità di petrolio iraniano sfidando le sanzioni, vede nella possibile caduta del regime un rischio per la sua sicurezza energetica e un’espansione dell’influenza americana in Asia centrale. Le tensioni si riflettono sui mercati: le borse europee hanno chiuso in calo, e l’oro ha toccato nuovi record storici, segno che gli investitori cercano beni rifugio in attesa di capire se la “vittoria” auspicata da Trump si tradurrà in pace o in una nuova guerra.
In questo scacchiere, l’Italia si muove con la consueta prudenza diplomatica. Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani, secondo quanto riportato dalle agenzie, ha convocato l’ambasciatore iraniano a Roma per esprimere la ferma condanna del governo italiano per le violenze e per chiedere l’immediata cessazione della repressione. «Anche un solo morto è troppo», avrebbe ribadito la Farnesina, allineandosi alla posizione europea ma mantenendo aperto quel canale di dialogo che storicamente l’Italia ha sempre preservato con Teheran.
Tuttavia, la pressione americana sugli alleati NATO affinché adottino una linea più dura è palpabile. L’Europa si trova stretta tra la necessità di difendere i diritti umani e il timore di una crisi energetica o di una nuova ondata migratoria che potrebbe scaturire dal collasso di un paese di oltre 80 milioni di abitanti.
La data del 14 gennaio 2026 potrebbe passare alla storia come il momento in cui il destino dell’Iran è cambiato irreversibilmente. Con stime che parlano di 20.000 morti, il punto di non ritorno morale e politico sembra essere stato superato. La strategia di Donald Trump, riassunta nel brutale desiderio di «vincere», si scontra con la complessità di uno scenario in cui ogni mossa sbagliata può innescare un conflitto globale. Mentre gli Stati Uniti valutano opzioni non militari per strangolare il regime senza sparare un colpo, il popolo iraniano continua a pagare il prezzo più alto, intrappolato tra la repressione interna e i giochi di potere delle superpotenze. Le prossime ore saranno decisive per capire se la diplomazia avrà ancora un margine di manovra o se la parola passerà definitivamente alle armi.
Secondo le ultime proiezioni rilanciate da agenzie internazionali e fonti dell opposizione, il bilancio della repressione potrebbe aver raggiunto la drammatica cifra di 20.000 morti. Questo numero, che supera i precedenti storici, include vittime causate dall uso di armi da fuoco e artiglieria pesante da parte delle forze di sicurezza, sebbene le autorità di Teheran continuino a negare tali dati definendoli propaganda straniera.
Il Presidente Trump ha utilizzato una retorica aggressiva affermando che il suo obiettivo finale è vincere, lasciando intendere la volontà di vedere un cambio di regime o il crollo della Repubblica Islamica. Tuttavia, questa dichiarazione si scontra con la realpolitik dei suoi consiglieri, poiché non è ancora chiaro se la vittoria implichi un intervento diretto o un soffocamento economico totale del Paese.
Al momento, l amministrazione USA sembra frenare su un intervento militare diretto, preferendo opzioni alternative valutate dal Dipartimento di Stato. La strategia potrebbe concentrarsi su attacchi di cyber-warfare per paralizzare le infrastrutture del regime, supporto logistico e di intelligence ai manifestanti e l applicazione di sanzioni totali per isolare finanziariamente Teheran senza inviare truppe sul campo.
Mosca e Pechino si oppongono fermamente alle ingerenze americane, temendo che la caduta del regime iraniano possa danneggiare i loro interessi strategici ed energetici. La Russia vede nell Iran un alleato fondamentale per la stabilità in Siria e nel Caucaso, mentre la Cina è preoccupata per la sicurezza delle forniture petrolifere e per una possibile espansione dell influenza statunitense in Asia centrale.
L Italia e l Europa si muovono con prudenza diplomatica, condannando fermamente le violenze e chiedendo lo stop alla repressione, ma cercando di mantenere aperti i canali di dialogo. La preoccupazione principale dei governi europei riguarda il rischio di una crisi energetica e di una nuova ondata migratoria che potrebbe scaturire dal collasso di un Paese con oltre 80 milioni di abitanti.