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Panetta (Bankitalia): laureati in Germania +80% stipendio, focus Sud

Autore: Francesco Zinghinì | Data: 17 Gennaio 2026

Un divario retributivo che non lascia spazio a interpretazioni rassicuranti e una fuga di talenti che rischia di compromettere il futuro economico del Paese. È un quadro a tinte forti quello tracciato dal Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, nel suo recente intervento all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Messina. Al centro dell’analisi vi è la capacità di tenuta dell’economia italiana, che pur avendo mostrato una resilienza inaspettata nel post-pandemia, deve ora fare i conti con nodi strutturali irrisolti, primo fra tutti la valorizzazione del capitale umano.

Il numero che più di tutti ha scosso l’opinione pubblica e gli addetti ai lavori è impietoso: un giovane laureato che sceglie di lavorare in Germania guadagna, in media, l’80% in più rispetto a un suo coetaneo rimasto in Italia. Un differenziale che si attesta al 30% se il confronto viene fatto con la Francia. Secondo Panetta, questo gap non è solo una questione di busta paga, ma il sintomo di un sistema produttivo che fatica a riconoscere e remunerare adeguatamente le competenze, spingendo le migliori risorse verso l’estero.

Tuttavia, nelle parole del Governatore non c’è solo pessimismo. Dai dati di Bankitalia emerge una «sorpresa significativa» che riguarda il Mezzogiorno, protagonista di una ripresa post-Covid superiore alle attese e, per certi versi, più dinamica di quella del Centro-Nord. Una vitalità che, se sostenuta da adeguati investimenti, potrebbe rappresentare la chiave di volta per la crescita futura del PIL nazionale.

Il divario retributivo e la fuga dei talenti

L’analisi di Via Nazionale punta il dito contro una ferita aperta nel tessuto sociale ed economico: l’emorragia di giovani qualificati. Secondo i dati citati da Panetta, circa un decimo dei laureati italiani si trasferisce all’estero. Non si tratta di una semplice mobilità fisiologica, ma di una scelta spesso obbligata dalla ricerca di condizioni lavorative migliori. «Questo andamento non sorprende», ha sottolineato il Governatore, evidenziando come il differenziale salariale con la Germania (80%) e la Francia (30%) si sia ampliato nel corso degli anni.

Il problema non risiede solo nel livello d’ingresso delle retribuzioni, ma nelle prospettive di carriera. I giovani cercano ambienti dove il merito sia riconosciuto e dove i contratti offrano stabilità. La mancanza di queste condizioni genera un doppio danno per la finanza pubblica: lo Stato investe risorse ingenti per formare laureati eccellenti, che poi vanno a generare ricchezza e innovazione nei sistemi produttivi dei nostri competitor europei. Per invertire la rotta, non bastano incentivi fiscali temporanei; serve un cambiamento strutturale nella domanda di lavoro da parte delle imprese, che devono orientarsi verso settori a più alto valore aggiunto.

La sorpresa del Mezzogiorno

In un contesto di rallentamento generale dell’economia europea, la nota positiva arriva inaspettatamente dal Sud Italia. Panetta ha definito il rilancio del Mezzogiorno come la «sorpresa più significativa» degli ultimi anni. I numeri a supporto di questa tesi sono solidi: nel periodo post-pandemico (2020-2024), il PIL delle regioni meridionali è cresciuto di quasi l’8%, un dato superiore di oltre due punti percentuali rispetto alla crescita registrata nel Centro-Nord.

Anche sul fronte del mercato del lavoro i segnali sono incoraggianti: l’occupazione nel Sud è aumentata del 6%, un ritmo doppio rispetto al resto del Paese. Secondo il Governatore, questi dati suggeriscono che il processo di convergenza economica tra Nord e Sud, fermo da decenni, potrebbe essersi rimesso in moto. Tuttavia, Panetta avverte: per trasformare questo rimbalzo ciclico in una crescita strutturale duratura, è necessario che il Meridione diventi un hub per gli investimenti in tecnologia e infrastrutture, evitando di disperdere le risorse del PNRR in progetti a basso impatto moltiplicatore.

Produttività e innovazione: i nodi strutturali

Dietro la questione salariale si nasconde il vero tallone d’Achille dell’economia italiana: la stagnazione della produttività. «La produttività ristagna da un quarto di secolo», ha ricordato Panetta. Se il valore aggiunto per ora lavorata non cresce, è matematicamente impossibile garantire aumenti salariali reali e sostenibili nel tempo senza erodere la competitività delle imprese sui mercati internazionali.

La ricetta di Bankitalia per uscire da questa impasse è chiara: bisogna puntare sull’innovazione. La capacità di innovare del sistema Italia resta distante dalla frontiera tecnologica globale. Le imprese italiane, spesso di piccole dimensioni, faticano ad adottare le nuove tecnologie digitali e a investire in ricerca e sviluppo. Questo ritardo tecnologico si traduce in una domanda di lavoro qualificata troppo debole, che a sua volta deprime i salari dei laureati. È un circolo vizioso che può essere spezzato solo con politiche industriali mirate e un sistema educativo più integrato con il mondo produttivo.

L’importanza del capitale umano

L’investimento in istruzione, e in particolare nell’università, è stato definito da Panetta come una priorità assoluta, una «infrastruttura immateriale» indispensabile. In un’epoca segnata dal calo demografico — l’inverno demografico che ridurrà la forza lavoro nei prossimi decenni — la qualità del capitale umano diventa l’unica leva per sostenere la crescita. Un lavoratore più istruito è più produttivo, più innovativo e più adattabile ai cambiamenti tecnologici.

Il Governatore ha esortato a non considerare la spesa per l’istruzione come un costo corrente da tagliare in tempi di spending review, ma come l’investimento con il più alto rendimento sociale ed economico possibile. Attrarre talenti dall’estero e trattenere i propri giovani non è solo una questione di orgoglio nazionale, ma una necessità economica per garantire la sostenibilità del debito pubblico e del sistema pensionistico nel lungo periodo.

Conclusioni

L’intervento di Fabio Panetta traccia una linea netta tra i successi recenti e le sfide future. Se da un lato l’Italia ha dimostrato di saper reagire alle crisi meglio del previsto, con un Mezzogiorno inaspettatamente vitale, dall’altro i nodi della bassa produttività e dei salari inadeguati rischiano di soffocare la ripresa. Il messaggio alle istituzioni e al mondo della finanza è inequivocabile: senza un deciso cambio di passo nella valorizzazione del capitale umano e nell’innovazione tecnologica, il divario con i partner europei — quel +80% tedesco che pesa come un macigno — è destinato a non chiudersi, condannando il Paese a una crescita modesta e alla perdita delle sue risorse migliori.

Domande frequenti

Quanto guadagna un laureato italiano in Germania rispetto a chi resta in Italia?

Secondo i dati presentati dal Governatore Fabio Panetta, un giovane laureato che si trasferisce in Germania guadagna in media l’80 per cento in più rispetto a un coetaneo rimasto in Italia. Questo divario retributivo è molto ampio anche nel confronto con la Francia, dove la differenza si attesta al 30 per cento, spingendo molti talenti a cercare migliori opportunità lavorative oltre confine.

Quali sono le cause principali della fuga dei cervelli dall’Italia?

La decisione di emigrare non dipende solo dagli stipendi bassi, ma anche dalla mancanza di prospettive di carriera e dal mancato riconoscimento del merito. Il sistema produttivo italiano fatica a valorizzare le competenze a causa di una domanda di lavoro qualificato troppo debole, costringendo circa un decimo dei laureati a trasferirsi all’estero per trovare stabilità e condizioni professionali adeguate.

Come sta reagendo l’economia del Sud Italia nel periodo post pandemia?

I dati di Bankitalia evidenziano una sorpresa significativa per il Mezzogiorno, il cui PIL è cresciuto di quasi l’8 per cento tra il 2020 e il 2024, superando la crescita del Centro Nord. Anche l’occupazione nel Sud ha registrato un incremento del 6 per cento, segnando una possibile ripresa del processo di convergenza economica tra le due aree del Paese.

Perché la produttività e gli stipendi in Italia sono fermi da anni?

La stagnazione degli stipendi è una diretta conseguenza della produttività ferma da venticinque anni. Le imprese italiane, spesso piccole e poco propense all’innovazione tecnologica, non riescono a generare un valore aggiunto sufficiente per garantire aumenti salariali reali; per uscire da questa situazione serve orientare la produzione verso settori più avanzati e tecnologici.

Perché è fondamentale investire nell’istruzione secondo Bankitalia?

In un contesto di calo demografico che ridurrà la forza lavoro futura, la qualità del capitale umano diventa l’unica risorsa per sostenere la crescita economica. Panetta definisce l’istruzione una infrastruttura immateriale indispensabile: lavoratori più istruiti sono più produttivi e innovativi, elementi necessari per garantire la sostenibilità del debito pubblico e del sistema pensionistico.