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È una di quelle notizie destinata a riscrivere i manuali di astronomia: per la prima volta nella storia dell’esplorazione spaziale, gli scienziati hanno confermato l’esistenza di una "galassia fantasma". Il suo nome è Cloud-9, un oggetto misterioso situato a circa 14 milioni di anni luce dalla Terra, che pur avendo la massa e le dimensioni per essere una galassia, è completamente privo di stelle. La scoperta, annunciata oggi 8 gennaio 2026, rappresenta il culmine di anni di ricerca e porta una firma prestigiosa italiana: quella dell’Università di Milano-Bicocca.
Fino a ieri, l’esistenza di questi oggetti era prevista solo dai modelli teorici sulla carta. Oggi, grazie alla potenza del telescopio spaziale Hubble della NASA e dell’ESA, abbiamo la prova visiva — o meglio, la prova della "non visione" — che l’universo nasconde strutture immense fatte quasi esclusivamente di oscurità. Cloud-9 si trova nelle vicinanze della galassia a spirale Messier 94 (M94) e si presenta come un enorme alone di gas e materia oscura che, per qualche ragione cosmica, non è mai riuscito ad accendersi.
Il protagonista di questa rivoluzionaria scoperta nel campo della scienza è Alejandro Benitez-Llambay, ricercatore del dipartimento di Fisica dell’Università di Milano-Bicocca. In collaborazione con un team internazionale che include astronomi canadesi e statunitensi, Benitez-Llambay ha guidato lo studio pubblicato sulla prestigiosa rivista The Astrophysical Journal Letters. Secondo il ricercatore, Cloud-9 è definibile come una "galassia fallita": un oggetto che possiede gli ingredienti primordiali per formare un sistema stellare, ma che si è fermato allo stadio embrionale.
«Questa è la storia di una galassia che non ce l’ha fatta», ha dichiarato Benitez-Llambay commentando i risultati. «In scienza, spesso impariamo più dai fallimenti che dai successi. In questo caso, il fatto di non vedere stelle è esattamente ciò che prova la correttezza delle nostre teorie. Ci dice che abbiamo trovato un mattone primordiale dell’universo locale che non si è mai evoluto».
Tecnicamente, Cloud-9 è classificata come un RELHIC (Reionization-Limited H I Cloud). Si tratta di nubi di idrogeno neutro intrappolate in aloni di materia oscura che, secondo il modello cosmologico standard, dovrebbero popolare l’universo ma sono difficilissime da individuare proprio perché non emettono luce stellare. Le dimensioni di Cloud-9 sono impressionanti per un oggetto "invisibile": il suo nucleo di idrogeno si estende per circa 4.900 anni luce.
I dati raccolti indicano che Cloud-9 contiene una massa di idrogeno pari a circa un milione di volte quella del Sole, ma la sua componente dominante è la materia oscura, stimata in ben 5 miliardi di masse solari. È proprio questa enorme quantità di materia invisibile a tenere insieme la nube, agendo come un collante gravitazionale. Secondo Andrew Fox dell’AURA/STScI per l’ESA, questo oggetto ci offre «una finestra unica sull’universo oscuro», permettendo di studiare la materia oscura senza il "disturbo" della luce delle stelle che solitamente ne complica l’osservazione.
La caccia a Cloud-9 è iniziata nel 2023, quando il radiotelescopio cinese FAST (Five-hundred-meter Aperture Spherical Telescope) ha rilevato per la prima volta una debole emissione radio di idrogeno neutro. Successive osservazioni con il Green Bank Telescope e il Very Large Array (VLA) negli Stati Uniti hanno confermato la presenza della nube, ma restava un dubbio fondamentale: era davvero una nube oscura o semplicemente una galassia nana con stelle molto deboli che i telescopi terrestri non riuscivano a vedere?
Per risolvere l’enigma è stato necessario l’intervento dello spazio. Il team ha puntato la Advanced Camera for Surveys del telescopio Hubble sulla regione per oltre 13 ore (otto orbite complete). Il risultato è stato inequivocabile: nessuna stella. «Prima di Hubble, si poteva sostenere che fosse una galassia nana troppo debole per essere vista da terra», ha spiegato Gagandeep Anand dello Space Telescope Science Institute. «Ma con Hubble siamo riusciti a stabilire definitivamente che lì non c’è nulla che brilli».
Questa ricerca fornisce una conferma cruciale per il modello "Lambda-CDM" (Cold Dark Matter), la teoria di riferimento per la cosmologia moderna. Il modello prevede che esistano aloni di materia oscura di tutte le dimensioni, ma suggerisce che al di sotto di una certa massa critica, questi aloni non riescano a trattenere e raffreddare il gas a sufficienza per innescare la fusione nucleare e far nascere le stelle. Cloud-9 sembra trovarsi esattamente su questo confine critico.
La scoperta suggerisce inoltre che l’universo potrebbe essere pieno di queste "case abbandonate", come le ha definite l’astronoma Rachael Beaton. Fino ad ora, la nostra visione del cosmo è stata limitata agli oggetti che emettono luce; Cloud-9 ci ricorda che gran parte della realtà fisica è nascosta nell’ombra, in attesa di strumenti sempre più sofisticati per essere svelata.
La scoperta di Cloud-9 segna un punto di svolta nella nostra comprensione dello spazio e della formazione delle galassie. Non solo convalida decenni di teorie sulla materia oscura, ma apre la strada a una nuova era di "archeologia galattica" alla ricerca di altri relitti cosmici primordiali. Mentre i telescopi del futuro scruteranno il cielo, è probabile che Cloud-9 non resterà sola a lungo: la prima galassia fantasma ha finalmente un nome, e ha appena iniziato a raccontarci la storia invisibile dell’universo.
Cloud-9 è un oggetto astronomico situato a circa 14 milioni di anni luce dalla Terra, classificato come galassia fantasma o RELHIC. Pur possedendo la massa e le dimensioni tipiche di una galassia, si distingue per essere completamente priva di stelle, composta quasi esclusivamente da un nucleo di idrogeno neutro e un enorme alone di materia oscura.
Gli astronomi definiscono Cloud-9 una galassia fallita perché, nonostante avesse gli ingredienti primordiali per formare un sistema stellare, il processo si è arrestato allo stadio embrionale. Secondo il ricercatore Alejandro Benitez-Llambay, l’assenza di stelle indica che questo oggetto è un mattone fondamentale dell’universo locale che non è mai riuscito ad evolversi e ad accendersi.
La scoperta è avvenuta grazie a una collaborazione internazionale guidata dall’Università di Milano-Bicocca. Inizialmente individuata tramite emissioni radio dal telescopio FAST, la natura di Cloud-9 è stata confermata dal telescopio spaziale Hubble. Solo le osservazioni di Hubble hanno potuto dimostrare in modo inequivocabile l’assenza di stelle, distinguendola da una comune galassia nana poco luminosa.
La materia oscura costituisce la componente dominante di Cloud-9, con una stima di circa 5 miliardi di masse solari, agendo come collante gravitazionale per la nube di gas. La particolarità di questo oggetto permette agli scienziati di studiare la materia oscura pura senza l’interferenza della luce stellare, offrendo una finestra unica sull’universo oscuro.
Il ritrovamento di Cloud-9 fornisce una conferma cruciale per il modello cosmologico Lambda-CDM. La sua esistenza prova che ci sono aloni di materia oscura che non riescono a trattenere e raffreddare il gas a sufficienza per innescare la fusione nucleare, convalidando le teorie che prevedevano l’esistenza di queste strutture invisibili nel cosmo.