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KAMPALA – La storia si ripete, puntuale e inquietante, nel cuore dell’Africa orientale. A meno di 48 ore dall’apertura delle urne per le elezioni generali del 2026, il governo dell’Uganda ha ordinato un blackout totale di internet, isolando il Paese dal resto del mondo e bloccando le comunicazioni interne. La decisione, comunicata dalla Uganda Communications Commission (UCC), ha fatto precipitare nel caos la campagna elettorale dell’opposizione, guidata ancora una volta dal leader della National Unity Platform (NUP), Bobi Wine.
Secondo quanto riportato dalle agenzie internazionali e confermato dai pochi canali satellitari ancora attivi, il blocco è scattato nel tardo pomeriggio di martedì 13 gennaio, seguendo un copione quasi identico a quello del 2021. Le autorità di Kampala giustificano la misura con la necessità di "prevenire la diffusione di disinformazione e l’incitamento alla violenza", ma per gli osservatori internazionali e le cancellerie occidentali si tratta di una mossa calcolata per oscurare le operazioni di voto e soffocare il dissenso contro il presidente uscente Yoweri Museveni, al potere ininterrottamente dal 1986.
Il blocco delle comunicazioni non è arrivato come un fulmine a ciel sereno. Già nelle settimane precedenti, il governo aveva intensificato i controlli sui social media e limitato l’accesso a piattaforme come Facebook e X (ex Twitter), accusate di essere veicoli di propaganda ostile. Tuttavia, la disconnessione totale delle dorsali in fibra ottica e delle reti mobili rappresenta un’escalation che paralizza non solo la politica, ma l’intera economia del Paese.
Secondo fonti locali, la direttiva dell’UCC ha imposto ai provider di telecomunicazioni di sospendere ogni traffico dati fino a nuovo ordine. Questo impedisce ai comitati elettorali dell’opposizione di coordinare i propri rappresentanti di lista e di segnalare eventuali irregolarità in tempo reale. "Stiamo operando nel buio, letteralmente e metaforicamente", ha dichiarato un portavoce del partito di Bobi Wine, sottolineando come l’assenza di connettività renda impossibile l’uso dell’app sviluppata per il conteggio parallelo dei voti, uno strumento cruciale per la trasparenza elettorale.
Le elezioni del 15 gennaio 2026 si profilano come uno dei test più critici per la stabilità della regione. Da un lato c’è l’ottantunenne Yoweri Museveni, che cerca il suo settimo mandato presidenziale. Il "vecchio leone", come viene spesso chiamato, basa la sua campagna sulla stabilità e sulla sicurezza, presentandosi come l’unico garante contro il caos che affligge i vicini Sudan e Repubblica Democratica del Congo. Museveni controlla ferreamente l’esercito e la polizia, strumenti che ha utilizzato senza riserve per disperdere i comizi dell’opposizione.
Dall’altro lato della barricata c’è Robert Kyagulanyi, in arte Bobi Wine, la popstar prestata alla politica che incarna le speranze di una popolazione giovanissima (l’80% degli ugandesi ha meno di 35 anni). Wine promette riforme radicali, lotta alla corruzione e la fine di quello che definisce un regime dittatoriale. Nonostante gli arresti domiciliari intermittenti e le intimidazioni subite dal suo staff, la sua popolarità nelle aree urbane rimane altissima, rappresentando una minaccia concreta per l’egemonia del National Resistance Movement (NRM) di Museveni.
La crisi ugandese non è solo una questione interna, ma tocca nervi scoperti della geopolitica regionale e internazionale. L’Uganda è un alleato chiave dell’Occidente nella lotta al terrorismo in Somalia e, soprattutto, è il più grande paese ospitante di rifugiati in Africa, accogliendo oltre 1,6 milioni di persone in fuga dai conflitti vicini.
Secondo analisti di Rivista Africa e HuffPost, Museveni sta giocando una partita diplomatica spregiudicata. Di fronte alle minacce dell’Unione Europea e degli Stati Uniti di tagliare gli aiuti finanziari in caso di brogli elettorali o violazioni dei diritti umani, il presidente ugandese ha velatamente minacciato di rivedere la politica di accoglienza. Il messaggio è chiaro: senza il sostegno economico occidentale, Kampala potrebbe non essere più in grado (o volenterosa) di gestire l’enorme flusso di profughi, creando una potenziale bomba migratoria che preoccupa Bruxelles.
Questa leva negoziale ha finora garantito a Museveni una certa impunità diplomatica, nonostante le critiche formali. Tuttavia, il blocco di internet e la repressione in corso potrebbero costringere la comunità internazionale a rivedere i propri calcoli, mettendo a rischio trattati di cooperazione decennali.
Mentre l’Uganda si avvia al voto nel silenzio digitale, l’esito delle urne appare già scritto per molti osservatori, ma il costo politico per Museveni potrebbe essere più alto del previsto. Il blocco di internet non è solo una misura tecnica, ma il sintomo di un regime che teme il proprio popolo più di quanto tema le sanzioni internazionali. Se il 2021 è stato l’anno della frattura, il 2026 rischia di essere l’anno della rottura definitiva tra la "generazione Museveni" e l’Uganda del futuro. Resta da vedere se la diplomazia occidentale sceglierà la stabilità a breve termine o il sostegno ai principi democratici, in un contesto dove ogni scelta ha ripercussioni immediate sugli equilibri di un’intera regione.
Le autorità di Kampala hanno giustificato il blackout totale con la necessità di prevenire la diffusione di disinformazione e l incitamento alla violenza. Tuttavia, l opposizione e gli osservatori internazionali ritengono che questa misura serva a oscurare le operazioni di voto, impedire il coordinamento dei rappresentanti di lista di Bobi Wine e nascondere eventuali irregolarità elettorali a favore del presidente uscente.
La competizione vede contrapposti Yoweri Museveni, al potere ininterrottamente dal 1986, e il leader dell opposizione Robert Kyagulanyi, noto come Bobi Wine. Si tratta di uno scontro generazionale tra l ottantunenne presidente, che punta sulla stabilità e il controllo militare, e la giovane popstar che incarna le speranze di cambiamento dell 80% della popolazione ugandese under 35.
La disconnessione delle reti impedisce l uso di app per il conteggio parallelo dei voti e ostacola la segnalazione di brogli in tempo reale, rendendo impossibile garantire la trasparenza dello scrutinio. Oltre a danneggiare la democrazia, il blocco paralizza l economia del Paese e isola i comitati elettorali, costringendoli a operare letteralmente e metaforicamente al buio.
L Occidente si trova in una posizione delicata poiché l Uganda è un alleato strategico contro il terrorismo e ospita oltre 1,6 milioni di rifugiati. Il presidente Museveni utilizza la gestione dei profughi come leva negoziale, minacciando implicitamente di rivedere le politiche di accoglienza qualora UE e USA dovessero tagliare gli aiuti finanziari in risposta alle violazioni dei diritti umani.
No, la situazione attuale ricalca fedelmente quanto accaduto durante le elezioni del 2021. Il governo ha seguito un copione consolidato che prevede prima la limitazione dei social media e successivamente il blocco totale delle dorsali in fibra ottica a ridosso del voto, confermando una strategia sistematica per soffocare il dissenso e controllare il flusso di informazioni.