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È una giornata cruciale per la diplomazia italiana e per le famiglie dei connazionali trattenuti in Venezuela. Mentre a Washington il Senato approva una storica risoluzione per limitare i poteri militari del presidente Donald Trump dopo il blitz di inizio anno, da Caracas arriva un segnale di distensione inatteso. Jorge Rodríguez, presidente dell’Assemblea Nazionale venezuelana, ha annunciato la liberazione unilaterale di un «numero importante» di detenuti, inclusi cittadini stranieri. Una notizia che riaccende le speranze per i 28 italiani che, secondo una recente inchiesta, si trovano nelle carceri del Paese sudamericano per ragioni politiche.
L’annuncio giunge in un clima di altissima tensione geopolitica, a pochi giorni dall’operazione militare statunitense che ha portato alla cattura e al trasferimento negli USA di Nicolás Maduro. In questo scenario fluido, dove la presidenza ad interim è stata assunta da Delcy Rodríguez, l’Italia gioca una partita delicatissima per riportare a casa i suoi cittadini. Non si tratta più solo di «una ventina» di casi, come inizialmente ipotizzato dalla Farnesina, ma di un gruppo più nutrito di connazionali finiti nelle maglie della giustizia bolivariana con accuse spesso pretestuose o senza un regolare processo.
Al centro dell’attenzione mediatica e diplomatica c’è la vicenda di Alberto Trentini, il cooperante veneto detenuto da oltre 400 giorni nel carcere di massima sicurezza di El Rodeo I. Ma come rivelato dai media italiani in queste ore, il suo caso è solo la punta dell’iceberg di una realtà ben più complessa e dolorosa che coinvolge imprenditori, giornalisti e attivisti italo-venezuelani.
Secondo quanto emerso da un’approfondita inchiesta del quotidiano Avvenire, il numero dei detenuti italiani considerati «presos políticos» (prigionieri politici) è salito a 28, su un totale di 46 connazionali reclusi nel Paese. Questa cifra aggiorna drammaticamente le stime precedenti e getta nuova luce sulla vastità della repressione che ha colpito anche la comunità italiana, specialmente dopo le contestate elezioni presidenziali del luglio 2024.
Le autorità venezuelane, nel lessico del potere bolivariano, li definiscono «detenuti per ragioni di sicurezza dello Stato». Tuttavia, per le organizzazioni umanitarie e per il governo italiano, si tratta di persone arrestate spesso senza accuse formali o con imputazioni di crimini comuni utilizzate come pretesto per neutralizzare figure ritenute scomode. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che sta seguendo il dossier con la massima priorità, ha confermato l’impegno del governo per la loro liberazione, lavorando in stretta sinergia con l’intelligence e i canali diplomatici internazionali.
Il volto simbolo di questa emergenza umanitaria è quello di Alberto Trentini, 46 anni, cooperante per l’ONG Humanity and Inclusion. Arrestato il 15 novembre 2024 a Guasdualito, nello Stato di Apure, Trentini è recluso da oltre un anno in condizioni durissime. Le visite consolari hanno descritto un uomo provato, dimagrito di diversi chili, ma ancora aggrappato alla speranza. La sua colpa, secondo le accuse mai formalizzate in un vero processo, sarebbe legata al suo lavoro umanitario in zone di confine sensibili.
Ma scorrendo la lista dei 28, emergono altre storie drammatiche. Tra loro figura Daniel Enrique Echenagucia Vallenilla, imprenditore 47enne originario di Avellino. Arrestato nell’agosto 2024, Echenagucia è stato vittima di quella che le organizzazioni per i diritti umani definiscono «sparizione forzata» per diverse settimane, prima di ricomparire nel sistema carcerario del Sebin (i servizi segreti venezuelani). Attualmente si trova in isolamento, e i familiari denunciano un grave deterioramento delle sue condizioni di salute.
Un altro nome di rilievo è quello di Biagio Pilieri, giornalista ed ex deputato dell’opposizione di origini italiane. Pilieri è detenuto nel famigerato El Helicoide, il centro di detenzione di Caracas noto per essere teatro di interrogatori brutali e torture psicologiche. La sua incarcerazione è direttamente collegata alla sua attività politica di contrasto al governo di Maduro. Ci sono poi casi più ambigui, come quello dell’imprenditore torinese Mario Burlò, su cui le autorità italiane mantengono il massimo riserbo per distinguere le eventuali responsabilità penali dalle persecuzioni politiche.
La possibile svolta per i detenuti italiani arriva in un momento di caos geopolitico senza precedenti. Il raid delle forze speciali statunitensi, avvenuto nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026, ha decapitato il vertice del potere chavista catturando Nicolás Maduro. Tuttavia, l’operazione non ha portato al crollo immediato del sistema: la Corte Suprema venezuelana ha prontamente riconosciuto la vicepresidente Delcy Rodríguez come presidente ad interim, garantendo una continuità istituzionale che ha sorpreso molti osservatori.
A Washington, intanto, la politica interna si infiamma. Il Senato USA ha appena approvato una risoluzione bipartisan per impedire al presidente Trump di intraprendere ulteriori azioni militari senza l’autorizzazione del Congresso. Una mossa che segnala la volontà del legislativo americano di evitare un’escalation incontrollata o un’occupazione prolungata del Venezuela, favorendo invece una transizione diplomatica.
È in questo stretto corridoio diplomatico che si inserisce l’azione dell’Italia. L’annuncio di Jorge Rodríguez sulla liberazione dei detenuti viene letto dalla Farnesina come un tentativo della nuova presidenza ad interim di accreditarsi come interlocutore affidabile agli occhi della comunità internazionale e di allentare la pressione delle sanzioni e dell’isolamento.
Secondo fonti qualificate, le trattative per la liberazione di Trentini e degli altri connazionali si sono intensificate nelle ultime ore. Un ruolo cruciale, seppur sottotraccia, lo sta svolgendo la Chiesa cattolica, che ha mantenuto aperti i canali di dialogo anche nei momenti più bui della crisi. Anche la mediazione di attori terzi come il Brasile di Lula e il governo del Qatar sembra aver contribuito a creare le condizioni per questo gesto di «pacificazione» annunciato da Caracas.
La situazione resta fluida e le prossime ore saranno decisive. Se da un lato l’annuncio di Caracas apre uno spiraglio di luce per le famiglie di Alberto Trentini e degli altri 27 italiani detenuti, dall’altro la prudenza è d’obbligo. In un Venezuela scosso dal cambio di leadership e dalle pressioni militari statunitensi, ogni promessa politica va verificata sul campo. L’Italia attende con il fiato sospeso, consapevole che la partita per i diritti umani e la libertà dei propri cittadini si gioca su un tavolo geopolitico dove gli equilibri possono mutare in un istante.
Secondo le più recenti inchieste giornalistiche, il numero dei cittadini italiani detenuti in Venezuela per motivazioni politiche è salito a 28 persone, su un totale di 46 connazionali reclusi nel Paese sudamericano. Questi individui, spesso definiti dalle autorità locali come detenuti per ragioni di sicurezza dello Stato, includono imprenditori, giornalisti e attivisti. Per il governo italiano e le organizzazioni umanitarie, tuttavia, si tratta frequentemente di arresti avvenuti senza accuse formali o basati su imputazioni pretestuose utilizzate per neutralizzare figure considerate scomode dal regime.
Alberto Trentini è un cooperante veneto di 46 anni che lavorava per una ONG internazionale quando è stato arrestato nel novembre 2024 nello Stato di Apure. Attualmente recluso nel carcere di massima sicurezza di El Rodeo I da oltre 400 giorni, è diventato il volto simbolo dell’emergenza umanitaria che coinvolge gli italiani in Venezuela. Sebbene non sia mai stato celebrato un regolare processo, le accuse mosse contro di lui sembrano essere legate alla sua attività umanitaria svolta in zone di confine considerate sensibili dalle autorità venezuelane.
La situazione geopolitica in Venezuela è estremamente fluida a seguito del raid delle forze speciali statunitensi del gennaio 2026, che ha portato alla cattura e al trasferimento negli USA di Nicolás Maduro. Nonostante l’operazione militare, il sistema istituzionale non è crollato: la Corte Suprema ha riconosciuto la vicepresidente Delcy Rodríguez come presidente ad interim. In questo contesto di transizione e tensione, l’annuncio della liberazione di alcuni detenuti da parte dei vertici di Caracas viene interpretato come un tentativo di distensione diplomatica verso la comunità internazionale.
Il Ministero degli Esteri italiano, guidato da Antonio Tajani, sta trattando il dossier dei detenuti con la massima priorità, lavorando in stretta sinergia con i servizi di intelligence e i canali diplomatici. Le negoziazioni per il rilascio dei 28 italiani si inseriscono in un corridoio diplomatico complesso che vede anche la mediazione di attori terzi come la Chiesa cattolica, il governo del Brasile e quello del Qatar. L’obiettivo della Farnesina è sfruttare l’attuale fase di riposizionamento politico di Caracas per ottenere la liberazione dei prigionieri.
Le notizie che filtrano tramite le visite consolari e le denunce dei familiari descrivono condizioni detentive molto dure. Molti detenuti, come l’imprenditore Daniel Enrique Echenagucia Vallenilla o l’ex deputato Biagio Pilieri, si trovano in strutture note per la severità del trattamento, come il Sebin o El Helicoide. Si segnalano casi di isolamento prolungato, grave deterioramento delle condizioni di salute fisica e psicologica, e periodi di sparizione forzata precedenti all’ufficializzazione dell’arresto, il tutto spesso in assenza di tutele legali standard.