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CARACAS – Sono passati nove giorni dalla notte che ha cambiato la storia recente dell’America Latina, ma a Caracas la polvere non si è ancora posata. Mentre Nicolás Maduro attende il processo in una cella federale statunitense, il Venezuela è scivolato in una pericolosa guerra intestina che rischia di trasformarsi in un conflitto civile aperto. Al centro della tempesta c’è Diosdado Cabello, l’uomo forte dell’apparato militare chavista, che ora si trova con le spalle al muro, stretto tra la pressione di Washington e le manovre interne di chi, fino a ieri, sedeva al suo stesso tavolo.
Secondo quanto riportato da fonti locali e confermato da diverse analisi di geopolitica, l’esercito guidato da Cabello teme le purghe imminenti pianificate dalla vicepresidente (ora figura chiave della transizione) Delcy Rodríguez. Quello che doveva essere un vuoto di potere si sta riempiendo di tensione: i fedelissimi dell’ala militare radicale hanno blindato Fuerte Tiuna, il cuore pulsante della difesa venezuelana, mentre le cancellerie di tutto il mondo osservano con il fiato sospeso l’evolversi di una crisi che ha già ridisegnato gli equilibri degli esteri nell’emisfero occidentale.
Tutto è precipitato nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026. Con un’operazione chirurgica che ha colto di sorpresa l’intelligence di mezzo mondo, le forze speciali statunitensi hanno condotto un raid su tre obiettivi strategici: la base aerea de “La Carlota”, il porto di La Guaira e il complesso militare di Fuerte Tiuna. L’esito è ormai storia: la cattura di Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores, prelevati e trasferiti negli Stati Uniti con l’accusa di narcotraffico. Secondo il Segretario di Stato USA Marco Rubio, l’operazione non mirava all’occupazione, ma alla “decapitazione di un sistema criminale”.
Tuttavia, la rimozione del leader non ha smantellato la struttura di potere costruita in vent’anni di chavismo. Al contrario, ha scoperchiato il vaso di Pandora delle rivalità interne. Se l’amministrazione Trump ha celebrato il successo militare, sul terreno la situazione è fluida e incandescente. Il vuoto lasciato da Maduro ha innescato una corsa alla sopravvivenza tra le diverse fazioni del regime, con l’esercito che ora si sente il prossimo bersaglio.
Il vero nodo del conflitto attuale è lo scontro tra Diosdado Cabello e Delcy Rodríguez. Secondo Il Fatto Quotidiano, Cabello, che controlla il Ministero degli Interni e i temuti “colectivos” (gruppi paramilitari), è convinto che la Rodríguez stia negoziando un salvacondotto con gli Stati Uniti, offrendo in cambio la testa dei vertici militari più compromessi. La “guerra per il potere” citata nei report di intelligence è già iniziata: posti di blocco non ufficiali sono apparsi nei quartieri popolari di Caracas e si registrano movimenti sospetti di truppe fedeli a Cabello.
La Rodríguez, dal canto suo, ha sorpreso gli osservatori internazionali adottando un tono conciliante verso Washington, parlando di “sviluppo condiviso” e cercando di smarcarsi dall’ala radicale. Per Cabello, su cui pende una taglia del Dipartimento di Stato USA di 25 milioni di dollari, questa apertura suona come una condanna a morte. La paura delle “purghe” sta spingendo l’ala militare a trincerarsi, minacciando di trasformare Caracas in un campo di battaglia urbano se non verranno fornite garanzie di immunità.
Ma la crisi venezuelana non è solo una questione interna; è un tassello cruciale di un mosaico globale più ampio. Come evidenziato da diverse testate tra cui Linkiesta, il blitz americano ha avuto un secondo obiettivo strategico: colpire gli interessi della Cina in Sud America. Non è un caso che l’arresto di Maduro sia avvenuto poche ore dopo un incontro a porte chiuse con Qiu Xiaoqi, l’inviato speciale di Pechino per l’America Latina.
Il Venezuela era diventato l’hub tecnologico di Huawei e ZTE nella regione, con sistemi di sorveglianza come il “Carnet de la Patria” interamente gestiti da infrastrutture cinesi. L’operazione USA, ribattezzata ironicamente dagli analisti “Ctrl+Alt+Caracas”, mira a recidere questo cordone ombelicale digitale. Pechino, che ha investito oltre 60 miliardi di dollari nel Paese, si trova ora in una posizione di estrema debolezza diplomatica, avendo perso il suo principale interlocutore e vedendo minacciati i propri asset energetici e tecnologici.
Dall’altra parte dell’oceano, l’Europa osserva con estrema cautela. L’arresto di un capo di stato in carica tramite un intervento militare straniero rappresenta un precedente che ha scosso le Nazioni Unite, con il Segretario Generale Guterres che ha parlato di “rischi per il diritto internazionale”. Tuttavia, la diplomazia europea sembra paralizzata: il timore di una nuova ondata migratoria verso la Spagna e l’Italia spinge Bruxelles a sperare in una stabilizzazione rapida, indipendentemente da chi prenderà il comando.
Secondo Affarinternazionali, le cancellerie europee stanno lavorando sottotraccia per evitare che lo scontro tra Cabello e Rodríguez degeneri in una guerra civile che renderebbe carta straccia i trattati commerciali e umanitari esistenti. La priorità è mantenere attivi i canali energetici, specialmente ora che gli USA hanno imposto un aut-aut al Venezuela: interrompere le forniture a Cina, Russia e Iran per diventare partner esclusivi dell’Occidente.
Il 12 gennaio 2026 segna un punto di non ritorno per il Venezuela. L’arresto di Maduro, lungi dall’essere la fine della crisi, ne ha aperto un nuovo, imprevedibile capitolo. La battaglia tra la fazione “pragmatica” di Delcy Rodríguez e quella “ideologica-militare” di Diosdado Cabello determinerà non solo il futuro di Caracas, ma anche gli equilibri geopolitici dell’intero continente. Con l’esercito in stato di allerta e le superpotenze pronte a intervenire sui mercati e sulle infrastrutture, il rischio che la “guerra per il potere” esca dai palazzi e si riversi nelle strade è, purtroppo, più concreto che mai.
Dopo il blitz statunitense del gennaio 2026 si è creato un vuoto di potere conteso. Lo scontro principale vede opposti Diosdado Cabello, capo dell ala militare e dei gruppi paramilitari, e Delcy Rodríguez, che tenta una transizione diplomatica con Washington. Questa lotta intestina rischia di degenerare in un conflitto civile aperto tra le diverse fazioni del regime.
La tensione nasce dalla necessità di sopravvivenza politica. Cabello teme di essere sacrificato o consegnato agli USA, vista la taglia milionaria che pende sulla sua testa, mentre la Rodríguez cerca di negoziare un salvacondotto offrendo in cambio la testa dei vertici militari compromessi. Questo ha portato l esercito a blindarsi per paura di imminenti purghe.
L intervento mira a smantellare l influenza tecnologica ed energetica di Pechino in Sud America. La Cina aveva reso il Venezuela un hub strategico per aziende come Huawei e ZTE; con la caduta del regime, gli investimenti cinesi sono a rischio e Washington punta a interrompere le forniture verso Oriente per renderle esclusive per l Occidente.
Oltre all instabilità politica, esiste il pericolo concreto che Caracas diventi un campo di battaglia urbano. Le fazioni militari si sono trincerate a Fuerte Tiuna e potrebbero scatenare violenze se non otterranno garanzie, aggravando la crisi umanitaria e provocando possibili nuove ondate migratorie verso l Europa e i paesi limitrofi.
Gli Stati Uniti, tramite il Segretario di Stato Rubio, hanno definito l operazione come la decapitazione di un sistema criminale. L Europa invece osserva con cautela, preoccupata per le violazioni del diritto internazionale e per il rischio migratorio, lavorando sottotraccia per mantenere attivi i canali energetici ed evitare una guerra civile totale.