In Breve (TL;DR)
Un drammatico surplus produttivo sta travolgendo il settore lattiero italiano, costringendo gli allevatori a sversare il latte nei campi.
I costi di produzione doppi rispetto ai ricavi attuali generano perdite insostenibili, mettendo a rischio la sopravvivenza delle aziende agricole.
L’assenza di contratti stabili e il crollo del mercato richiedono interventi strutturali immediati per salvare il patrimonio agroalimentare nazionale.
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L’immagine è potente e dolorosa: migliaia di litri di latte, frutto di lavoro e investimenti, che finiscono nei canali di scolo o direttamente nei campi. Non è una protesta simbolica, ma una necessità disperata. L’Italia, all’alba del 14 gennaio 2026, si è svegliata con una notizia che scuote le fondamenta della nostra economia agricola: c’è troppo latte. I silos sono pieni, la domanda è stagnante e i contratti vengono stracciati dall’oggi al domani.
Quella che si sta profilando è una tempesta perfetta sui mercati lattiero-caseari. Dopo anni di relativa stabilità, il settore sta vivendo un’inversione di tendenza drammatica che rischia di spazzare via migliaia di aziende. Dalle stalle della Lombardia agli allevamenti del Veneto, il grido d’allarme è unanime: i costi di produzione superano ormai nettamente i ricavi, rendendo ogni litro munto una perdita secca per il bilancio aziendale.

Il crollo dei prezzi: i numeri della crisi
Il cuore del problema risiede in una brutale legge della finanza applicata alle materie prime: l’eccesso di offerta. Secondo i dati che emergono dalle piazze di scambio, il prezzo del cosiddetto “latte spot” – ovvero quello venduto al di fuori dei contratti a lungo termine, giorno per giorno – è precipitato a livelli insostenibili. Se fino a pochi mesi fa le quotazioni permettevano un margine, oggi il valore è crollato a circa 27 centesimi al litro.
Il dramma si palesa quando si confronta questa cifra con i costi vivi sostenuti dagli allevatori. Produrre un litro di latte, tra mangimi, energia, manodopera e ammortamento degli investimenti tecnologici, costa oggi circa 50 centesimi. Ogni cisterna che lascia la stalla (o che viene svuotata nel nulla) rappresenta quindi una perdita del 40-50% per l’imprenditore. Una dinamica che, se proiettata su scala nazionale, rischia di avere un impatto non trascurabile anche sul PIL agricolo del Paese.
“Come la peste suina”: il caso Pavia e il Veneto




La crisi ha volti e nomi precisi. Uno dei casi più emblematici riportati dalle cronache odierne, come segnalato da Il Post, è quello di Renato Fiocchi, allevatore della provincia di Pavia. Fiocchi si è trovato costretto a gettare via circa 16.000 litri di latte in pochi giorni. «Un centro di raccolta mi aveva proposto di comprarlo a 6 centesimi al litro. Piuttosto lo butto», ha dichiarato l’allevatore, sottolineando l’umiliazione di un’offerta che non copre nemmeno una frazione delle spese.
La situazione non è migliore a Nord-Est. Secondo quanto riportato dal TgPadova, è allarme rosso per i circa 2.800 allevamenti di vacche da latte del Veneto. Qui, le cooperative che gestiscono la compravendita stanno chiedendo ai soci di ridurre la produzione, un’operazione complessa biologicamente ed economicamente per chi lavora con animali vivi. La Provincia Pavese ha definito la situazione attuale «una crisi come la peste suina», evocando lo spettro di un’emergenza sanitaria ed economica che ha recentemente devastato il comparto suinicolo, suggerendo che l’impatto sistemico potrebbe essere di pari gravità.
Le dinamiche di Borsa e i contratti disdetti

A rendere la situazione esplosiva è il comportamento della parte industriale della filiera. Solitamente, il mercato del latte è protetto da contratti di fornitura a lungo termine che garantiscono stabilità e riparano gli allevatori dalla volatilità della borsa merci quotidiana. Tuttavia, di fronte a un surplus produttivo così marcato, molte aziende di trasformazione e caseifici stanno disdicendo i contratti o rifiutandosi di rinnovarli, lasciando gli allevatori in balia del mercato spot, che è in caduta libera.
Le cause di questo surplus sono molteplici: da un lato una produzione che non ha rallentato nonostante i segnali di saturazione, dall’altro una domanda interna ed estera che non riesce ad assorbire l’offerta. È il classico meccanismo di domanda e offerta che, in assenza di correttivi o di un intervento istituzionale rapido, porta al collasso dei prezzi. Gli allevatori si trovano così stritolati: non possono “spegnere” le mucche come si spegne un macchinario in fabbrica, e continuano a produrre una materia prima che nessuno vuole acquistare a un prezzo equo.
Conclusioni

La crisi del latte del gennaio 2026 si configura come uno degli shock più violenti per l’agricoltura italiana dell’ultimo decennio. Con un prezzo di vendita quasi dimezzato rispetto ai costi di produzione e migliaia di tonnellate di prodotto a rischio spreco, il settore richiede interventi strutturali immediati. Senza una strategia che riequilibri la filiera e protegga gli investimenti fatti dalle aziende agricole, il rischio è la chiusura definitiva per migliaia di stalle, con conseguenze irreversibili per l’occupazione e per il patrimonio agroalimentare italiano.
Domande frequenti

Gli allevatori sono costretti a eliminare il latte poiché il prezzo di vendita sul mercato spot è crollato a livelli insostenibili, circa 27 centesimi al litro contro i 50 necessari per coprire i costi. Vendere a queste cifre comporterebbe una perdita economica maggiore rispetto allo smaltimento diretto. Inoltre, il surplus produttivo ha saturato i silos e molti caseifici rifiutano di ritirare la materia prima.
La crisi nasce da una combinazione di fattori: un eccesso di offerta produttiva che non ha rallentato nel tempo e una domanda di mercato stagnante. A questo si aggiunge la decisione delle industrie di trasformazione di disdire o non rinnovare i contratti a lungo termine, lasciando i produttori esposti alla volatilità del mercato giornaliero dove le quotazioni sono in caduta libera.
Attualmente esiste un divario drammatico tra costi e ricavi. Produrre un litro di latte costa all allevatore circa 50 centesimi, considerando spese per mangimi, energia e manodopera, mentre il prezzo di vendita spot è sceso a circa 27 centesimi. Questo significa che ogni litro venduto genera una perdita secca di quasi il 50 per cento per il bilancio aziendale.
A differenza di una fabbrica, una stalla non può interrompere la produzione istantaneamente perché lavora con animali vivi. Le vacche necessitano di essere munte quotidianamente per il loro benessere fisico e per mantenere la capacità produttiva futura. Ridurre i volumi è un processo biologicamente complesso che non permette di reagire in tempo reale ai crolli improvvisi del mercato.
Senza interventi strutturali immediati, il settore rischia la chiusura definitiva di migliaia di stalle, specialmente in Lombardia e Veneto. Le associazioni di categoria paragonano la gravità di questa situazione alla peste suina, prevedendo danni irreversibili all occupazione locale e una contrazione significativa del PIL agricolo nazionale dovuta alla perdita di un patrimonio zootecnico costruito in decenni.

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