In Breve (TL;DR)
L’arcivescovo Lorefice ha celebrato l’Epifania allo Zen di Palermo per sostenere la parrocchia colpita da recenti atti intimidatori.
Durante l’omelia il presule ha definito codardi e falliti coloro che sparano, invitando l’intera comunità a reagire con coraggio.
Mentre i residenti chiedono sicurezza e fatti concreti, le istituzioni promettono nuovi interventi contro il degrado e la violenza criminale.
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Nel cuore ferito di Palermo, tra i palazzoni grigi dello Zen che troppo spesso diventano teatro di cronaca nera, l’Epifania del 2026 ha assunto un significato che va ben oltre la liturgia religiosa. È stata un’Epifania di resistenza, di denuncia e, soprattutto, di presenza. L’arcivescovo di Palermo, Monsignor Corrado Lorefice, ha scelto di celebrare la messa del 6 gennaio proprio lì, nella parrocchia di San Filippo Neri, divenuta nei giorni scorsi bersaglio di vili atti intimidatori. Una chiesa gremita ha accolto il presule, mentre all’esterno un quartiere intero si interrogava sul proprio futuro, sospeso tra la paura delle armi e la voglia di riscatto.
Non è stata una passerella, ma un atto di forza spirituale e civile. La visita di Lorefice arriva all’indomani di episodi gravissimi: colpi di arma da fuoco esplosi contro il portone della chiesa e contro il quadro elettrico, un segnale inequivocabile di sfida alle istituzioni e alla comunità che cerca di rialzare la testa. “Avanti con coraggio”, ha ribadito il parroco don Giovanni Giannalia, facendosi portavoce di un sentimento diffuso tra i fedeli onesti che non intendono cedere il passo alla prepotenza criminale. In questo contesto teso ma vibrante di speranza, la politica italiana, dal governo regionale alle amministrazioni locali, è chiamata a dare risposte che vadano oltre la solidarietà di facciata.
La celebrazione si è svolta in un clima di forte commozione, ma anche di ferma determinazione. Le parole dell’arcivescovo sono risuonate come pietre, destinate a scuotere le coscienze non solo di chi abita il quartiere, ma dell’intera città di Palermo. Mentre le luci dell’Epifania illuminavano l’altare, fuori, tra le strade dello Zen, la promessa di nuovi interventi per la sicurezza, come la videosorveglianza annunciata dal governatore Schifani, cercava di farsi strada tra lo scetticismo e l’attesa di fatti concreti.

L’omelia di Lorefice: “Betlemme come lo Zen”
Monsignor Lorefice non ha usato mezzi termini. Nella sua omelia, riportata da diverse testate locali e nazionali, ha tracciato un parallelo audace e toccante: “Betlemme come lo Zen. Gerusalemme come Palermo”. L’arcivescovo ha voluto sottolineare come la nascita di Gesù, avvenuta in una periferia dell’impero, parli direttamente al cuore delle periferie esistenziali e urbane di oggi. Ma il messaggio pastorale si è presto trasformato in una dura invettiva contro gli autori delle violenze.
“Chi spara è un codardo, un meschino, un fallito”, ha tuonato Lorefice dall’ambone, rivolgendosi direttamente a chi, nei giorni precedenti, ha imbracciato le armi per colpire un simbolo di accoglienza e legalità. Secondo quanto riportato da LiveSicilia, l’arcivescovo ha aggiunto che la violenza non è manifestazione di forza, ma di debolezza estrema: “Se spari non sei potente ma un nulla”. Un monito che smonta la retorica del potere criminale, riducendo i boss e i loro gregari a figure marginali, incapaci di costruire nulla se non paura e distruzione.
Tuttavia, l’analisi del vescovo non si è fermata alla condanna dei singoli. Con grande onestà intellettuale, Lorefice ha chiamato in causa la responsabilità collettiva. “Siamo tutti responsabili degli spari”, ha affermato, puntando il dito contro l’indifferenza della società civile e le mancanze della politica che hanno permesso la creazione di “quartieri ghetto”. L’invito rivolto ai fedeli è stato quello di “alzarsi e rivestirsi di luce”, citando il profeta Isaia, per diventare protagonisti attivi del cambiamento e non spettatori rassegnati del degrado.
La cronaca delle intimidazioni e la reazione del quartiere

Per comprendere la portata delle parole di Lorefice, è necessario riavvolgere il nastro agli eventi che hanno preceduto questa Epifania di lotta. Nei primi giorni di gennaio 2026, la parrocchia di San Filippo Neri è stata oggetto di un attacco vile: ignoti hanno esploso colpi di pistola contro l’ingresso e le strutture parrocchiali. Non si è trattato di un caso isolato. Le cronache locali, tra cui Adnkronos, hanno riferito anche di un episodio inquietante avvenuto poco prima: un autista di un autobus di linea è stato bloccato e minacciato con una pistola da due giovani a bordo di uno scooter, che gli hanno intimato di non entrare nel quartiere.
Questi eventi hanno fatto scattare l’allarme rosso. La chiesa di San Filippo Neri, guidata con tenacia da don Giovanni Giannalia, rappresenta uno dei pochi presidi di legalità e aggregazione sociale in un territorio difficile. Colpire la parrocchia significa tentare di spegnere una luce scomoda per chi prospera nel buio dell’illegalità. Ma la reazione non si è fatta attendere. Prima della messa, le associazioni del quartiere hanno organizzato un sit-in davanti alla chiesa, esponendo uno striscione con la scritta “Vogliamo fatti concreti”. Oltre duecento persone hanno partecipato, dimostrando che esiste uno Zen che non ci sta, che rifiuta l’etichetta di zona franca della criminalità.
La risposta della politica: Schifani promette telecamere

La gravità della situazione ha mosso anche i vertici della politica regionale. Il giorno precedente l’Epifania, il 5 gennaio, il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani si è recato personalmente allo Zen per incontrare il parroco e la comunità. Una visita istituzionale che ha portato con sé impegni precisi. Secondo quanto riportato da fonti ufficiali della Regione e dalla stampa, Schifani ha dichiarato: “Pronti a finanziare la videosorveglianza nel quartiere”.
Il governatore ha annunciato l’intenzione di convocare un tavolo operativo con il Comune di Palermo e le forze dell’ordine per implementare un sistema di controllo capillare. “Le criticità possono essere affrontate solo con la collaborazione di tutti”, ha sottolineato Schifani, promettendo che la Regione farà la sua parte anche attraverso l’attivazione di una nuova “control room” che dovrebbe essere inaugurata nei prossimi mesi. L’obiettivo è quello di sottrarre il territorio al controllo delle bande criminali, restituendo sicurezza ai cittadini e ai lavoratori, come gli autisti dei mezzi pubblici, che ogni giorno servono il quartiere.
Alla messa dell’Epifania erano presenti diverse autorità, tra cui il vicesindaco di Palermo Giampiero Cannella e il presidente della commissione regionale antimafia Antonello Cracolici. La loro presenza, unita a quella massiccia delle forze dell’ordine, ha voluto testimoniare che lo Stato non intende abbandonare lo Zen. Tuttavia, come ha ricordato lo stesso Lorefice, le passerelle non bastano: servono politiche strutturali che vadano oltre l’emergenza, investendo in scuola, lavoro e servizi sociali per scardinare le radici profonde del disagio.
“Avanti con coraggio”: la voce di Don Giannalia
In mezzo al clamore mediatico e alle visite istituzionali, la figura di don Giovanni Giannalia rimane il punto fermo della comunità. Il parroco, che vive quotidianamente le difficoltà e le speranze dello Zen, ha accolto la solidarietà ricevuta con gratitudine ma senza trionfalismi. “Avanti con coraggio” è stato il suo commento, semplice e diretto, riportato da Vatican News. Una frase che racchiude la missione di una Chiesa che si fa “ospedale da campo”, che non arretra di fronte alle minacce e che continua a tenere la porta aperta a tutti, anche a chi ha sbagliato, purché ci sia una vera volontà di conversione.
Don Giannalia ha ribadito che l’attività della parrocchia non si fermerà. I laboratori per i ragazzi, il supporto alle famiglie in difficoltà, le attività oratoriali proseguiranno con ancora più vigore. È proprio questa normalità del bene che spaventa la criminalità: la possibilità che i giovani dello Zen possano vedere un’alternativa alla strada, un futuro diverso da quello scritto dai boss. La sfida è educativa e culturale, prima ancora che repressiva.
Conclusioni

L’Epifania del 2026 allo Zen di Palermo resterà impressa nella memoria come un momento di verità. Gli spari contro la chiesa di San Filippo Neri hanno squarciato il velo di ipocrisia che spesso copre le condizioni delle periferie italiane, costringendo tutti — Chiesa, istituzioni, cittadini — a guardare in faccia la realtà. Le parole di fuoco dell’arcivescovo Lorefice e le promesse di intervento del presidente Schifani segnano un punto di non ritorno: ora non sono più ammesse distrazioni.
Se da un lato la cronaca ci consegna l’immagine di un quartiere ancora ostaggio di pochi violenti, dall’altro la reazione corale della comunità dimostra che gli anticorpi della legalità sono vivi e reattivi. La partita per il futuro dello Zen si gioca ora sul terreno della concretezza: trasformare gli annunci in telecamere funzionanti, i tavoli operativi in servizi efficienti, le omelie in percorsi educativi reali. Solo così l’invito a “rivestirsi di luce” non rimarrà una bella metafora biblica, ma diventerà la descrizione di un quartiere che ha finalmente trovato la forza di scacciare le sue ombre.
Domande frequenti

Monsignor Lorefice ha condannato duramente gli autori delle intimidazioni, definendo chi usa le armi come un codardo, un meschino e un fallito. Durante la celebrazione dell’Epifania, ha paragonato il quartiere Zen a Betlemme per sottolineare la vicinanza spirituale alle periferie, ribadendo che la violenza non è una dimostrazione di forza ma di estrema debolezza e invitando tutti alla responsabilità collettiva.
Nei primi giorni di gennaio 2026, la chiesa è stata bersaglio di vili atti intimidatori, con colpi di arma da fuoco esplosi contro il portone d’ingresso e il quadro elettrico. Oltre agli spari contro la struttura religiosa, le cronache riportano anche minacce armate rivolte a un autista di autobus, eventi che hanno fatto scattare l’allarme sulla sicurezza nel quartiere.
Il governatore Renato Schifani, recatosi in visita nel quartiere, ha annunciato il finanziamento di un sistema di videosorveglianza capillare per monitorare il territorio. È stata inoltre promessa l’attivazione di una control room e l’istituzione di un tavolo operativo con il Comune e le forze dell’ordine per contrastare il controllo delle bande criminali.
La parte sana del quartiere ha risposto con fermezza organizzando un sit-in davanti alla chiesa e chiedendo interventi concreti alle istituzioni. Il parroco don Giovanni Giannalia ha dichiarato di voler andare avanti con coraggio, confermando che le attività educative e di supporto alle famiglie non si fermeranno, ma proseguiranno con maggiore vigore per offrire un’alternativa alla strada.
La celebrazione ha assunto un valore civile oltre che religioso perché ha rappresentato una risposta diretta dello Stato e della Chiesa alla sfida lanciata dalla criminalità. La presenza massiccia delle istituzioni e le parole forti dell’arcivescovo hanno trasformato la liturgia in un atto di resistenza, volto a scuotere le coscienze e a rompere l’isolamento di una periferia spesso dimenticata.

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