In Breve (TL;DR)
Michael Flacks presenta un piano da 5 miliardi per l’Ex Ilva, mirando alla sovranità industriale italiana per contrastare le importazioni dalla Cina.
Il progetto prevede l’acquisizione a un euro e una governance mista con lo Stato, puntando al rilancio produttivo e alla decarbonizzazione degli impianti.
I sindacati esprimono forte preoccupazione per i 1500 esuberi stimati, criticando la natura speculativa del fondo in un contesto di grave crisi occupazionale.
Il diavolo è nei dettagli. 👇 Continua a leggere per scoprire i passaggi critici e i consigli pratici per non sbagliare.
TARANTO, 6 gennaio 2026 – Nel giorno dell’Epifania, mentre l’Italia celebra l’ultima festività natalizia, il destino della siderurgia nazionale raggiunge un nuovo, cruciale snodo. Michael Flacks, fondatore e presidente del Flacks Group, ha rotto gli indugi delineando pubblicamente la sua strategia per l’acquisizione dell’Ex Ilva (ora Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria). Con una mossa che scuote i mercati e la politica, il finanziere britannico ha lanciato un messaggio inequivocabile sulla necessità di sovranità industriale: «L’Italia ha bisogno di un’acciaieria, non può dipendere dalle importazioni cinesi».
Le dichiarazioni, rilasciate in un contesto di trattativa esclusiva ormai avviata con i commissari straordinari e il governo, arrivano in un momento di profonda incertezza per il polo siderurgico tarantino. Secondo quanto riportato dalle principali testate economiche e dal Corriere della Sera, il piano di Flacks prevede l’acquisizione degli asset al prezzo simbolico di un euro, a fronte però di un impegno massiccio in investimenti pari a 5 miliardi di euro per il rilancio e la decarbonizzazione degli impianti. Una scommessa che mira a riportare la produzione a 4 milioni di tonnellate annue nel breve termine, per poi salire a 6 milioni.
Tuttavia, l’ottimismo del fondo statunitense si scontra con una realtà complessa, definita da Il Foglio come «l’agonia del più grande siderurgico d’Europa» e un «disastro del governo Meloni», incapace finora di chiudere una partita che pesa come un macigno sull’economia nazionale. Tra speranze di rilancio e timori sindacali, l’Ex Ilva si trova forse all’ultimo appello per evitare la deindustrializzazione definitiva.

La visione di Michael Flacks: sovranità e partnership statale
Il cuore della proposta di Flacks risiede in una visione geopolitica precisa. In un’era segnata da dazi e guerre commerciali, l’acciaio è tornato ad essere un asset strategico. «Non si può semplicemente continuare a importare dalla Cina», ha ribadito Flacks, sottolineando come l’industria automobilistica, le infrastrutture e l’edilizia italiana necessitino di una filiera corta e sicura. L’Unione Europea stessa, con l’introduzione di nuovi dazi, sembra spingere verso questa direzione di autonomia strategica.
Il piano industriale, affinato con la consulenza di Boston Consulting Group, propone un modello di governance misto. Lo Stato italiano, attraverso il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), manterrebbe una quota strategica del 40% nella nuova società. Una garanzia politica che servirebbe a blindare l’interesse nazionale, mentre Flacks Group deterrebbe un’opzione per acquisire il restante pacchetto pubblico in futuro, per una cifra stimata tra i 500 milioni e il miliardo di euro. L’obiettivo temporale è ambizioso: Flacks ha dichiarato di voler «le chiavi dell’impianto entro febbraio», con la chiusura del negoziato prevista al massimo in quattro mesi.
L’impatto su economia e PIL: il costo dell’immobilismo

La situazione attuale dell’Ex Ilva non è solo un problema industriale, ma una ferita aperta per la finanza pubblica e il PIL italiano. L’analisi de Il Foglio mette in luce come l’anno appena trascorso abbia rappresentato un calvario, con una gestione commissariale che ha dovuto fronteggiare la mancanza di liquidità e il degrado degli impianti. Il continuo ricorso alla cassa integrazione e i costi di mantenimento degli altiforni spenti hanno drenato risorse senza generare valore.
Gli analisti di borsa osservano con attenzione l’evolversi della vicenda: il riavvio a pieno regime di Taranto potrebbe valere diversi punti decimali di Prodotto Interno Lordo, riattivando l’indotto e riducendo la bilancia commerciale negativa sull’import di acciaio. Al contrario, il fallimento della trattativa con Flacks rischierebbe di trasformare il sito in un deserto industriale, con costi sociali e ambientali incalcolabili per il Mezzogiorno.
Il nodo occupazionale e la reazione dei sindacati

Se i mercati guardano ai numeri finanziari, i sindacati guardano alle persone. È qui che il piano Flacks incontra le maggiori resistenze. Il progetto prevede il mantenimento di circa 8.500 lavoratori, a fronte di una forza lavoro attuale che, tra Acciaierie d’Italia e Ilva in Amministrazione Straordinaria, supera le 11.000 unità. Questo scenario prefigura oltre 1.500 esuberi strutturali, un numero che ha già messo in allarme le sigle sindacali.
Fiom, Fim e Uilm hanno espresso forte scetticismo verso l’operazione, definendo Flacks un «fondo speculativo» privo di un background industriale diretto nella siderurgia primaria. La richiesta dei lavoratori è chiara: garanzie occupazionali per tutti e un piano industriale che non sia solo finanziario. La tensione è alta, e il governo sarà chiamato a mediare tra l’esigenza di efficienza del privato e la tenuta sociale del territorio tarantino.
Ostacoli tecnici e giudiziari
Oltre alla finanza e alla politica, c’è la realtà tecnica degli impianti. La Procura di Taranto ha recentemente respinto la richiesta di dissequestro dell’Altoforno 1, complicando il piano di ripartenza produttiva. Inoltre, dal 21 gennaio è previsto l’avvio delle procedure per la fermata delle batterie di forni a coke, un passaggio tecnico delicato che segnala quanto sia stretto il margine di manovra temporale.
La sfida per Flacks non sarà solo iniettare capitale, ma gestire un impianto che necessita di interventi strutturali immediati per garantire la sicurezza e la conformità ambientale, in linea con le promesse di decarbonizzazione ed elettrificazione dei forni citate nel piano da 5 miliardi.
Conclusioni

Il 2026 si apre dunque come l’anno della verità per l’acciaio italiano. La proposta di Michael Flacks rappresenta l’ultima, concreta opportunità sul tavolo per salvare l’Ex Ilva dal baratro, offrendo una visione di indipendenza dalle importazioni cinesi e un massiccio piano di investimenti. Tuttavia, la strada è lastricata di ostacoli: dalla diffidenza dei sindacati sui tagli al personale, alle critiche politiche sulla gestione del governo Meloni, fino alle incognite giudiziarie. Se l’Italia vuole mantenere il suo status di potenza manifatturiera, la risoluzione del dossier Ilva non è più rinviabile: ne va della credibilità del sistema Paese e della tenuta del suo tessuto industriale.
Domande frequenti

Michael Flacks è un finanziere britannico e fondatore del Flacks Group che ha proposto l’acquisizione degli asset dell’Ex Ilva. La sua strategia mira a garantire la sovranità industriale italiana riducendo la dipendenza dalle importazioni di acciaio dalla Cina. Il piano prevede l’acquisto simbolico degli impianti a un euro a fronte di un massiccio investimento di 5 miliardi di euro per il rilancio produttivo e la decarbonizzazione, con l’obiettivo di portare la produzione a 6 milioni di tonnellate annue.
Il piano industriale delineato dal Flacks Group comporta un impegno finanziario di 5 miliardi di euro destinati alla modernizzazione e alla decarbonizzazione degli impianti siderurgici. Oltre agli aspetti tecnici, la proposta include un modello di governance misto in cui lo Stato italiano, tramite il MEF, manterrebbe una quota strategica del 40 percento. Questo assetto serve a tutelare l’interesse nazionale mentre il fondo privato punta a ottenere il controllo operativo e a rilanciare la produzione nel breve termine.
Il progetto di acquisizione ha sollevato preoccupazioni tra le sigle sindacali poiché prevede il mantenimento di circa 8.500 lavoratori a fronte di una forza lavoro attuale superiore alle 11.000 unità. Questo scenario implicherebbe circa 1.500 esuberi strutturali, generando tensioni con Fiom, Fim e Uilm. I sindacati chiedono garanzie occupazionali per tutti i dipendenti e diffidano della natura finanziaria del fondo, temendo che l’operazione possa non avere solide basi industriali a lungo termine.
Secondo la visione geopolitica di Michael Flacks, l’acciaio rappresenta un asset strategico fondamentale in un’epoca caratterizzata da dazi e guerre commerciali. L’obiettivo è creare una filiera corta e sicura per settori chiave come l’industria automobilistica, le infrastrutture e l’edilizia italiana, evitando di importare materie prime dalla Cina. Questa strategia si allinea con le direttive dell’Unione Europea che spingono verso una maggiore autonomia strategica e produttiva del continente.
Oltre alle questioni finanziarie, il rilancio deve superare complessi ostacoli tecnici e legali. Tra questi vi sono il rifiuto del dissequestro dell’Altoforno 1 da parte della Procura di Taranto e l’avvio delle procedure per la fermata delle batterie di forni a coke. Questi impedimenti richiedono interventi strutturali immediati per garantire la sicurezza e la conformità ambientale degli impianti, rendendo i tempi di attuazione del piano estremamente ristretti e delicati.
Fonti e Approfondimenti
- Camera dei Deputati – Dossier parlamentare sulla vicenda Ilva e la crisi siderurgica
- Ministero delle Imprese e del Made in Italy – Procedure di Amministrazione Straordinaria
- Commissione Europea – Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM)
- Wikipedia – Storia e dati societari di Acciaierie d’Italia (Ex Ilva)

Hai trovato utile questo articolo? C'è un altro argomento che vorresti vedermi affrontare?
Scrivilo nei commenti qui sotto! Prendo ispirazione direttamente dai vostri suggerimenti.