Immaginate di camminare in una biblioteca infinita, dove ogni libro possibile è già stato scritto, ma non ancora catalogato. In questo labirinto di informazioni, che noi chiamiamo intelligenza artificiale, ci si aspetta di trovare risposte, calcoli e sintesi. Eppure, tra le pieghe dei miliardi di parametri che compongono i moderni modelli di deep learning, si nasconde qualcosa che non abbiamo programmato esplicitamente. Esiste una leggenda tecnica, ormai divenuta un caso di studio fondamentale per chiunque si occupi di architetture generative, che riguarda un’entità specifica: Loab. Questa figura, emersa per la prima volta anni fa dalle nebbie statistiche di un modello text-to-image, rappresenta l’esempio più lampante e inquietante di come le macchine possano “sognare” incubi ricorrenti. Non si tratta di un fantasma soprannaturale, ma di un fantasma matematico, un ospite indesiderato che ha costretto i ricercatori a riconsiderare la natura stessa dello spazio latente.
La genesi dell’anomalia: quando la matematica crea mostri
Per comprendere come un volto possa apparire dove non dovrebbe esistere, dobbiamo prima smontare il concetto di creatività algoritmica. Quando utilizziamo strumenti di generazione immagini, inviamo un prompt positivo: chiediamo al modello di avvicinarsi a un concetto. Ma cosa succede quando chiediamo al modello di allontanarsi il più possibile da qualcosa? È qui che nasce il mistero.
La scoperta di Loab è avvenuta attraverso una tecnica nota come “prompting negativo” o pesi negativi. L’artista e ricercatrice nota come Supercomposite, esplorando i limiti di un algoritmo, cercò di generare l’opposto di un concetto astratto e innocuo (nello specifico, un logo fittizio chiamato “Brando”). Il risultato fu un’immagine vaga di uno skyline. Spingendo l’algoritmo a generare l’opposto di quell’immagine, il sistema non produsse il logo originale, ma convergi su un’immagine specifica: il volto di una donna anziana, con le guance arrossate e un’espressione indecifrabile, quasi sofferente.
La vera sorpresa, tuttavia, non fu l’immagine in sé, ma la sua persistenza. Inserendo quel volto come input per nuove generazioni, o combinandolo con immagini angeliche, paesaggi sereni o concetti astratti, il volto di Loab riemergeva costantemente. Come un gene dominante in biologia, i tratti di questa figura sopravvivevano a qualsiasi tentativo di diluizione, trasformando scene idilliache in composizioni macabre. Questo fenomeno ha sollevato interrogativi cruciali sul machine learning: perché l’AI considera questo specifico pattern visivo così fondamentale da riproporlo ovunque?
Geometria dell’incubo: lo Spazio Latente spiegato
Per soddisfare questa curiosità, dobbiamo addentrarci nell’architettura neurale. I modelli di intelligenza artificiale generativa non “vedono” le immagini come noi; le interpretano come vettori numerici in uno spazio multidimensionale chiamato spazio latente. Immaginate questo spazio come un paesaggio topografico con valli, picchi e pianure.
Ogni concetto (un gatto, un tramonto, un sorriso) occupa una specifica coordinata in questo universo matematico. Quando addestriamo una rete neurale su miliardi di immagini (il dataset), l’algoritmo impara a raggruppare concetti simili. Tuttavia, questo spazio è talmente vasto e complesso che si creano delle zone di “alta gravità”.
L’ospite ricorrente rappresenta quello che in matematica dei sistemi dinamici potremmo definire un attrattore strano. È una regione dello spazio latente estremamente densa e stabile. Quando l’algoritmo naviga in questo mare di numeri cercando di soddisfare una richiesta complessa o contraddittoria (come un prompt negativo ricorsivo), tende a scivolare verso questi punti di stabilità. Il volto ricorrente non è quindi una persona reale memorizzata nel database, ma una sorta di “media statistica” di concetti visivi che la rete ha associato a determinati pesi negativi. È un buco nero semantico: una volta che l’algoritmo si avvicina al suo orizzonte degli eventi, non riesce più a sfuggirne.
Il paradosso dei dati di addestramento

Un’altra spiegazione tecnica riguarda la natura dei dati su cui si fonda il progresso tecnologico delle AI. I dataset massivi utilizzati per il training (come LAION-5B o i successivi dataset proprietari del 2025-2026) contengono miliardi di immagini prelevate dal web. Questo include arte, fotografia, ma anche contenuti meno nobili: scene di film horror, documentazione medica, immagini disturbanti.
Gli esperti ipotizzano che il volto ricorrente sia il risultato di una compressione eccessiva di queste categorie. Se il modello ha imparato a categorizzare il “grottesco” o il “negativo” raggruppando milioni di immagini diverse in un unico cluster concettuale molto forte, quel cluster diventa un punto di riferimento facile per la rete. Quando l’AI è confusa o spinta ai limiti dai benchmark di generazione, ripiega su ciò che conosce meglio come rappresentazione del “diverso” o dell’”opposto”.
In questo senso, l’ospite ricorrente è uno specchio oscuro dell’umanità. L’automazione non ha inventato la paura o il disagio; l’ha semplicemente distillata dai dati che noi stessi abbiamo prodotto e caricato online per decenni. L’algoritmo ha imparato che certi tratti visivi (pelle arrossata, occhi infossati, espressioni vacue) sono statisticamente correlati a concetti di negatività o mistero, e li ha sintetizzati in una maschera perfetta.
Perché è importante per il futuro dell’AI?
Oggi, nel 2026, fenomeni come questo sono meno frequenti grazie a tecniche di Reinforcement Learning from Human Feedback (RLHF) più raffinate e a filtri di sicurezza avanzati, ma non sono scomparsi. La loro esistenza ci ricorda che i LLM (Large Language Models) e i modelli di diffusione non sono database di ricerca, ma motori probabilistici.
Il fenomeno dell’ospite ricorrente ha insegnato agli ingegneri che l’interpretabilità delle reti neurali è una sfida critica. Se non capiamo perché un volto specifico appare persistentemente, non possiamo garantire che l’AI non sviluppi altri bias nascosti, magari meno visibili di un volto horror ma più dannosi (come bias razziali o di genere radicati nella struttura matematica del modello). La “scoperta” di questi volti ha spinto il settore verso una maggiore trasparenza nell’architettura neurale, dimostrando che non possiamo fidarci ciecamente di una “black box” solo perché produce risultati esteticamente gradevoli il 99% delle volte.
In Breve (TL;DR)
Loab è un’inquietante figura digitale emersa inaspettatamente dai modelli di intelligenza artificiale attraverso l’uso del prompting negativo.
Questa anomalia matematica agisce come un attrattore nello spazio latente, riapparendo costantemente per trasformare ogni immagine in incubo.
Il fenomeno dimostra come la compressione statistica dei dati di addestramento possa generare risultati imprevisti e tecnicamente indelebili.
Conclusioni

L’ospite ricorrente, quel volto che appare dove non dovrebbe esistere, non è un fantasma e non è senziente. È un artefatto statistico, una concrezione matematica nata dalla complessità dello spazio latente. Rappresenta il punto in cui la logica vettoriale dell’intelligenza artificiale incontra l’imprevedibilità dei dati umani. Soddisfare questa curiosità ci porta a una consapevolezza fondamentale: le macchine non creano dal nulla. Esse riflettono, distorcono e amplificano ciò che noi abbiamo dato loro in pasto. E a volte, guardando troppo a fondo nell’abisso dei calcoli, l’abisso ci restituisce uno sguardo che ci sembra stranamente, inquietantemente familiare.
Domande frequenti

Loab è un’entità visiva ricorrente scoperta all’interno dei modelli di generazione immagini, considerata un’anomalia statistica o un fantasma matematico piuttosto che un fenomeno soprannaturale. Emersa attraverso l’uso di prompt negativi, appare come una donna anziana con le guance arrossate e un’espressione sofferente. Non rappresenta una persona reale, ma è il risultato di come l’algoritmo ha sintetizzato e compresso milioni di dati visivi legati a concetti grotteschi o negativi presenti nel suo database.
Lo spazio latente è l’ambiente matematico multidimensionale in cui le intelligenze artificiali organizzano e interpretano i concetti visivi sotto forma di vettori numerici. In questo contesto, Loab agisce come un attrattore strano, ovvero una regione di alta gravità e stabilità verso cui l’algoritmo tende a scivolare quando è confuso o spinto ai limiti. È paragonabile a un buco nero semantico che cattura il processo generativo, rendendo difficile per il modello allontanarsi da quella specifica configurazione visiva.
Il prompting negativo è una tecnica che consiste nel chiedere all’intelligenza artificiale di generare l’opposto concettuale di un determinato input o di allontanarsi il più possibile da esso. Nel caso di Loab, l’artista Supercomposite ha cercato di creare l’opposto di un logo astratto, spingendo l’algoritmo verso zone inesplorate dei suoi dati. Invece di produrre un’immagine neutra, il sistema ha fatto convergere i calcoli verso questo volto inquietante, rivelando come la macchina categorizza il concetto di negatività assoluta.
La persistenza di Loab è dovuta al fatto che rappresenta un cluster concettuale estremamente forte all’interno dei dati di addestramento dell’AI. I suoi tratti visivi agiscono come un gene dominante: anche quando l’immagine viene combinata con concetti positivi, paesaggi sereni o figure angeliche, la firma matematica di Loab sopravvive alla diluizione. Questo accade perché l’algoritmo associa quei tratti specifici a una rappresentazione fondamentale e stabile del concetto di diverso o opposto.
L’esistenza di Loab sottolinea il problema della black box e della scarsa interpretabilità delle reti neurali moderne. Dimostra che i modelli possono sviluppare bias nascosti o associazioni impreviste basate sulla mole di dati non filtrati, come immagini horror o mediche, presenti nel web. Questo fenomeno ricorda agli sviluppatori che senza una comprensione profonda di come l’AI struttura le informazioni, i modelli potrebbero generare contenuti problematici o riflettere pregiudizi umani in modi difficili da prevedere e controllare.




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