In Breve (TL;DR)
Una tempesta perfetta colpisce la zootecnia italiana, travolta dal crollo delle quotazioni spot e dall’arrivo massiccio di latte estero a prezzi stracciati.
Le stalle di Piemonte e Lombardia sono al collasso, costrette a produrre in perdita a causa di costi energetici ben superiori ai ricavi.
Speculazioni finanziarie e timori sui dazi internazionali aggravano l’emergenza, spingendo le associazioni di categoria a invocare misure immediate di salvaguardia.
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TORINO – È una tempesta perfetta quella che si sta abbattendo sulla zootecnia italiana in questo avvio di 2026. La data del 10 gennaio segna un punto di non ritorno per centinaia di allevatori tra Piemonte e Lombardia, stretti nella morsa di una crisi di mercato senza precedenti recenti. Il combinato disposto di latte estero a prezzi stracciati, il crollo delle quotazioni spot e lo spettro dei dazi internazionali sta spingendo il comparto verso il baratro. Le stalle, spina dorsale dell’economia agricola del Nord Ovest, rischiano di chiudere i battenti, schiacciate da costi di produzione che superano ampiamente i ricavi.
La notizia, rimbalzata nelle ultime ore dalle testate locali come La Stampa e Corriere Bergamo, dipinge un quadro a tinte fosche: migliaia di litri di latte persi ogni giorno, disdette unilaterali dei contratti e un video shock che circola in rete mostrando la disperazione degli allevatori bergamaschi. Non si tratta di una semplice fluttuazione ciclica dei mercati, ma di un problema strutturale che minaccia di erodere una quota significativa del PIL agricolo nazionale.

Il crollo verticale dei prezzi spot
Il cuore del problema risiede nel crollo verticale del prezzo del latte “spot” (quello venduto al di fuori dei contratti di fornitura stabili). Secondo le rilevazioni del Milk Market Observatory e le analisi di Clal, le quotazioni hanno subito una discesa inarrestabile tra la fine del 2025 e la prima settimana di gennaio 2026. Se solo un anno fa il latte veniva pagato cifre record, oggi il valore è precipitato.
I dati sono allarmanti: il latte spot nazionale è sceso sotto la soglia psicologica e finanziaria dei 34 centesimi al litro, con punte al ribasso fino a 30 centesimi. Una cifra insostenibile se confrontata con i costi di produzione, che per le stalle italiane si aggirano mediamente sopra i 50-55 centesimi al litro a causa dei rincari energetici e delle materie prime. Ancora più drammatica la situazione se si guarda ai competitor europei: il latte spot tedesco e francese viene scambiato a valori compresi tra i 23 e i 28 centesimi, esercitando una pressione al ribasso devastante sul listino italiano.
L’effetto dazi e la speculazione finanziaria

A complicare uno scenario già critico intervengono le dinamiche della finanza globale e della geopolitica. Gli analisti del settore puntano il dito contro il cosiddetto “effetto dazi”. L’incertezza legata alle nuove politiche commerciali statunitensi e la minaccia di tariffe protezionistiche hanno raffreddato l’export caseario europeo, creando un surplus di materia prima che rimane sul continente.
Inoltre, il rallentamento della domanda cinese, storico acquirente di latte in polvere e prodotti trasformati, ha generato un eccesso di offerta a livello mondiale. Questo surplus si riversa sui mercati europei, dove la Germania, principale produttore, inonda i paesi vicini – Italia in testa – con latte a basso costo. Secondo Coldiretti, siamo di fronte a manovre speculative che sfruttano le tensioni internazionali per affossare il Made in Italy, costringendo gli allevatori a vendere sottocosto o, peggio, a gettare il prodotto.
Piemonte e Lombardia: l’epicentro della crisi

L’impatto sul territorio è devastante. In Piemonte, regione che conta circa 1.300 allevamenti da latte e oltre 230.000 capi, l’allarme è massimo. Confagricoltura Piemonte ha denunciato il rischio concreto di recessione per l’intero comparto. Le industrie di trasformazione, approfittando dell’abbondanza di latte estero a basso costo (spesso proveniente da Belgio, Olanda e Germania), stanno riducendo gli acquisti dalle stalle locali o imponendo prezzi da fame.
La situazione non è migliore in Lombardia. A Bergamo, come riportato dalle cronache locali, si registrano perdite di migliaia di litri al giorno. Il “video choc” diffuso in queste ore mostra la realtà cruda di cisterne rimandate indietro e latte sversato nei liquami, un’immagine che ferisce non solo l’etica del lavoro ma anche gli investimenti fatti dagli imprenditori agricoli negli ultimi anni per il benessere animale e la sostenibilità.
Le associazioni di categoria chiedono interventi immediati. Tra le proposte sul tavolo c’è la richiesta di una moratoria sui mutui per dare respiro finanziario alle aziende e l’attivazione di clausole di salvaguardia per bloccare l’importazione speculativa. Senza misure urgenti, il tessuto produttivo rischia di sfilacciarsi irreparabilmente, con conseguenze pesanti anche per l’occupazione e per la tenuta sociale delle aree rurali.
Conclusioni

La crisi del latte del gennaio 2026 rappresenta un banco di prova cruciale per la tenuta del sistema agroalimentare italiano. Tra pressioni della borsa merci, speculazioni internazionali e un mercato interno saturo di prodotto estero, gli allevatori piemontesi e lombardi si trovano a combattere una battaglia impari. Se da un lato la finanza premia l’efficienza dei costi a breve termine, dall’altro l’economia reale dei territori rischia il collasso. La politica è chiamata a decidere se il futuro del latte italiano debba essere sacrificato sull’altare del prezzo più basso o tutelato come asset strategico nazionale.
Domande frequenti

Il crollo è dovuto a una tempesta perfetta causata dall arrivo massiccio di latte estero a basso costo, specialmente da Germania e Francia, e dalla discesa inarrestabile delle quotazioni spot. Inoltre il rallentamento della domanda cinese e la minaccia di nuovi dazi USA hanno creato un surplus di materia prima in Europa, spingendo i prezzi a livelli insostenibili per i produttori italiani.
Il latte spot è quello venduto al di fuori dei contratti di fornitura stabili e soggetto alle fluttuazioni giornaliere del mercato. Nel contesto attuale, il suo valore è precipitato sotto la soglia critica dei 34 centesimi al litro, influenzando negativamente l intero listino e rendendo impossibile coprire i costi di produzione per le stalle italiane, che invece necessitano di stabilità.
Attualmente i costi di produzione per le stalle italiane superano i 50 o 55 centesimi al litro a causa dei rincari energetici e delle materie prime. Tuttavia il prezzo di vendita sul mercato spot è sceso drasticamente, con valori che toccano i 30 centesimi. Questo divario genera una perdita pesante per ogni litro prodotto, spingendo molte aziende agricole verso il rischio di chiusura.
Queste regioni sono l epicentro della crisi, con gli allevatori che subiscono disdette unilaterali dei contratti e sono costretti a vendere sottocosto o addirittura a gettare il latte, come documentato nel bergamasco. Le industrie di trasformazione preferiscono spesso acquistare latte estero a prezzi stracciati, mettendo a rischio la sopravvivenza di migliaia di aziende locali e l intera economia agricola del Nord Ovest.
L incertezza sulle politiche commerciali statunitensi e la minaccia di tariffe protezionistiche hanno frenato l export caseario europeo. Questo blocco, unito alla minore richiesta dalla Cina, lascia un grande surplus di latte all interno del continente. I grandi produttori come la Germania riversano quindi questo eccesso a basso costo sul mercato italiano, danneggiando il Made in Italy e abbassando i prezzi alla stalla.
Fonti e Approfondimenti
- Commissione Europea – Osservatorio del mercato del latte (MMO)
- ISMEA Mercati – Monitoraggio prezzi e tendenze del settore lattiero-caseario
- Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste (MASAF)
- Regione Piemonte – Assessorato Agricoltura e Cibo
- Commissione Europea – Misure di mercato della PAC e gestione delle crisi

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