È un venerdì nero per Stellantis, che nella giornata odierna, 6 febbraio 2026, ha scosso i mercati finanziari globali con un annuncio shock. Il colosso automobilistico ha comunicato una svalutazione monstre di circa 22 miliardi di euro (22,2 miliardi per l’esattezza) relativa ai risultati del secondo semestre 2025. Una cifra enorme, che certifica il costo finanziario del drastico cambio di rotta sulla strategia di elettrificazione, giudicata ora dai vertici aziendali come sovrastimata rispetto alla reale domanda dei consumatori. La reazione di Piazza Affari e delle altre piazze europee non si è fatta attendere, con il titolo che ha faticato a fare prezzo in apertura per poi crollare in doppia cifra.
La notizia, che domina le pagine di economia e finanza di tutto il mondo, segna un punto di svolta storico per il gruppo nato dalla fusione tra FCA e PSA. Il management ha dovuto ammettere che la velocità della transizione verso i veicoli a batteria (BEV) non ha corrisposto alle previsioni del piano industriale precedente, costringendo l’azienda a una dolorosa operazione di pulizia di bilancio. Questo “reset” strategico avrà conseguenze immediate per gli azionisti: il Consiglio di Amministrazione ha infatti confermato che, a causa della perdita netta registrata nel 2025, il dividendo sull’esercizio non sarà distribuito nel 2026.
Il peso dei 22 miliardi: i dettagli della svalutazione
Analizzando nel dettaglio i dati comunicati dalla società, la cifra di 22,2 miliardi di euro rappresenta un insieme di oneri e svalutazioni che impattano pesantemente sul bilancio. Secondo quanto riportato nelle note finanziarie, la fetta più grande, pari a circa 14,7 miliardi di euro, è legata al riallineamento dei piani prodotto. In pratica, Stellantis ha dovuto svalutare piattaforme e tecnologie sviluppate per veicoli elettrici che ora si prevede venderanno molto meno del previsto, o che sono stati addirittura cancellati dai piani futuri.
All’interno di questa voce, circa 2,9 miliardi di euro sono imputabili direttamente a modelli cancellati, mentre altri 6 miliardi riguardano l’impairment (svalutazione) di piattaforme industriali. A questi si aggiungono 2,1 miliardi di euro per il ridimensionamento della catena di fornitura legata all’elettrico e ulteriori 5,4 miliardi per oneri vari, inclusi accantonamenti per garanzie e costi di ristrutturazione. Una mossa che, sebbene dolorosa, mira a ripulire i conti per permettere al gruppo di ripartire su basi più realistiche.
Filosa: “Transizione sovrastimata, ascoltiamo il mercato”

Il cambio di paradigma è stato spiegato con franchezza dall’amministratore delegato Antonio Filosa. Secondo il CEO, gli oneri annunciati oggi riflettono in larga parte il costo derivante dall’aver "sovrastimato il ritmo della transizione energetica", un errore di valutazione che ha allontanato l’offerta dell’azienda dai reali bisogni e dalle possibilità economiche dei clienti. La nuova strategia, che sarà dettagliata ulteriormente nell’Investor Day previsto per il prossimo 21 maggio, punta a rimettere al centro la "libertà di scelta", privilegiando un mix più equilibrato tra motori ibridi, termici avanzati ed elettrici, seguendo la domanda reale piuttosto che le imposizioni normative.
Questa ammissione di colpa rappresenta un netto distacco dalle politiche aggressive del passato recente, come il piano "Dare Forward 2030", e si allinea a un trend che vede molti costruttori occidentali frenare sugli investimenti puramente elettrici di fronte a un mercato che stenta a decollare senza incentivi massicci.
Terremoto in Borsa e misure per la liquidità

Le ripercussioni sui mercati sono state violente. Il titolo Stellantis ha subito una pressione di vendita fortissima, arrivando a perdere oltre il 14% nelle prime ore di contrattazione e toccando nuovi minimi. Gli investitori non hanno gradito non solo la maxi-perdita, ma soprattutto la cancellazione del dividendo, che era uno dei punti di forza del titolo per molti fondi pensione e piccoli risparmiatori. La fiducia nella capacità del gruppo di generare cassa nel breve termine è stata messa a dura prova.
Per puntellare la struttura patrimoniale e garantire la stabilità finanziaria in questa fase turbolenta, il board ha autorizzato l’emissione di obbligazioni ibride perpetue subordinate non convertibili per un importo fino a 5 miliardi di euro. Questa mossa serve a mantenere la liquidità industriale, che a fine 2025 si attestava comunque a circa 46 miliardi di euro, un livello considerato di sicurezza per affrontare le sfide dei prossimi mesi.
Impatto macroeconomico e prospettive
La crisi di un gigante come Stellantis non è un fatto isolato, ma si inserisce in un contesto macroeconomico complesso che riguarda l’intero settore automotive europeo e americano. Essendo l’industria dell’auto un pilastro fondamentale per il PIL di molti paesi, inclusa l’Italia, un ridimensionamento così drastico degli obiettivi e degli investimenti potrebbe avere effetti a catena sulla filiera della componentistica e sull’occupazione. Gli analisti di borsa osservano con attenzione se questo "bagno di sangue" finanziario sarà sufficiente a segnare il fondo (il cosiddetto "bottom") o se ci saranno ulteriori revisioni al ribasso nel corso del 2026.
Il focus si sposta ora sulla capacità del management di eseguire il nuovo piano strategico, riducendo i costi fissi e rilanciando le vendite attraverso modelli ibridi più accessibili, nel tentativo di recuperare la fiducia perduta degli investitori istituzionali.
In Breve (TL;DR)
Stellantis annuncia una svalutazione shock di 22 miliardi di euro, provocando il crollo del titolo in Borsa e la cancellazione del dividendo per gli azionisti.
I vertici aziendali ammettono di aver sovrastimato la transizione elettrica, avviando un cambio di strategia che privilegia ora la libertà di scelta dei consumatori.
La società emetterà obbligazioni per 5 miliardi per garantire liquidità, mentre il CEO Filosa conferma la necessità di riallineare l’offerta ai bisogni del mercato.
Conclusioni

In sintesi, il 6 febbraio 2026 resterà una data cruciale nella storia di Stellantis. La svalutazione da 22 miliardi di euro è il prezzo salato di una scommessa sull’elettrico che non ha pagato come sperato, costringendo il gruppo a una brusca frenata. Con il dividendo sospeso e il titolo sotto attacco, la priorità per il CEO Filosa è ora dimostrare che il "reset" è stato completato e che l’azienda può tornare a generare profitti sostenibili ascoltando la voce pragmatica del mercato, piuttosto che seguire ciecamente le proiezioni ideali della transizione energetica.
Domande frequenti

Il crollo in Borsa è stato causato dall’annuncio di una svalutazione record di oltre 22 miliardi di euro e dalla decisione di non distribuire il dividendo. Gli investitori hanno reagito negativamente alla presa d’atto che la strategia sull’elettrico era sovrastimata, portando a una pesante perdita di bilancio e a una revisione drastica dei piani industriali.
No, il Consiglio di Amministrazione ha confermato che non verrà distribuito alcun dividendo nel 2026 in relazione ai risultati del 2025. La sospensione della cedola è una conseguenza diretta della perdita netta registrata e della necessità di preservare risorse finanziarie per affrontare il reset strategico e il riallineamento della produzione alla reale domanda di mercato.
La cifra monstre riflette i costi del cambio di rotta sulla transizione energetica. La maggior parte dell’importo, circa 14,7 miliardi, riguarda la svalutazione di piattaforme e tecnologie per veicoli elettrici che hanno riscontrato una domanda inferiore alle attese. Sono inclusi anche costi per modelli cancellati, ridimensionamento della catena di fornitura e oneri di ristrutturazione.
L’azienda, guidata dal CEO Antonio Filosa, ha ammesso di aver sovrastimato la velocità della transizione verso l’elettrico puro. La nuova strategia punta sulla libertà di scelta, privilegiando un mix più equilibrato che include motori ibridi e termici avanzati accanto ai veicoli a batteria, per rispondere in modo pragmatico alle reali esigenze e possibilità economiche dei consumatori.
Nonostante la svalutazione contabile, il gruppo mantiene una liquidità industriale solida pari a circa 46 miliardi di euro. Per rafforzare ulteriormente la struttura patrimoniale in questa fase turbolenta, è stata autorizzata l’emissione di obbligazioni ibride perpetue subordinate fino a 5 miliardi di euro, garantendo così le risorse necessarie per l’operatività futura.




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