In Breve (TL;DR)
Vasyl Malyuk lascia la guida dell’SBU per concentrarsi sulla guerra asimmetrica, rifiutando altri incarichi politici offerti da Zelensky.
Le dimissioni seguono mesi di tensioni con l’Anticorruzione, sollevando dubbi sugli equilibri interni all’amministrazione di Kiev.
Il cambio della guardia coincide con il vertice di Parigi, decisivo per definire il futuro della sicurezza ucraina.
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KIEV – Un terremoto politico e militare scuote Kiev proprio mentre gli occhi della diplomazia internazionale sono puntati su Parigi. Vasyl Malyuk, il potente capo del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina (SBU), ha rassegnato le sue dimissioni. La notizia, ufficializzata nelle ultime ore, arriva in un momento cruciale per il conflitto: da un lato l’intensificarsi della guerra asimmetrica contro la Russia, dall’altro il delicatissimo Vertice dei Volenterosi che si apre oggi nella capitale francese, dove si discute il futuro assetto di sicurezza dell’Europa orientale.
Le dimissioni di Malyuk non sono un semplice avvicendamento burocratico. Figura chiave della resistenza ucraina dal luglio 2022, il generale ha trasformato l’SBU in quello che molti analisti definiscono il "braccio armato" più letale di Kiev, capace di colpire in profondità nel territorio russo. Tuttavia, la sua uscita di scena solleva interrogativi inquietanti sugli equilibri interni all’amministrazione Zelensky, in particolare riguardo ai recenti scontri con gli organi anti-corruzione.

Le dimissioni e il futuro nelle "operazioni asimmetriche"
Secondo quanto riportato dal canale ufficiale Telegram dell’SBU e rilanciato dall’agenzia Rbc Ukraina, Malyuk ha motivato la sua scelta con la volontà di concentrarsi esclusivamente sul campo di battaglia, lontano dalle scrivanie amministrative. "Mi dimetto dalla carica di capo del Servizio di Sicurezza. Rimarrò all’interno del sistema Sbu per implementare operazioni speciali asimmetriche di livello mondiale, che continueranno a infliggere il massimo danno al nemico", ha dichiarato l’ormai ex capo degli 007.
Fonti vicine alla presidenza, citate dai media locali, rivelano un retroscena significativo: il presidente Volodymyr Zelensky avrebbe offerto a Malyuk posizioni alternative di alto profilo, tra cui la guida del Servizio di intelligence estero o un seggio nel Consiglio per la sicurezza nazionale e la difesa. Malyuk, tuttavia, avrebbe rifiutato ogni incarico politico-istituzionale, preferendo mantenere un ruolo operativo. Questa decisione potrebbe indicare una frattura insanabile con l’apparato politico o, viceversa, la necessità di una figura "libera" da vincoli istituzionali per condurre una guerra sempre più sporca e non convenzionale.
L’ombra dello scontro con l’Anticorruzione

Dietro la retorica patriottica delle "operazioni speciali", si nasconde una trama più complessa legata alla politica interna. Secondo Il Fatto Quotidiano, l’addio di Malyuk sarebbe l’epilogo di un lungo braccio di ferro con gli organi di controllo di Kiev. Il generale è stato infatti una figura centrale nelle tensioni esplose l’anno scorso, culminate con il raid del 21 luglio 2025, quando gli uomini dell’SBU fecero irruzione nella sede dell’Ufficio Nazionale Anti-corruzione (NABU).
All’epoca, la NABU era impegnata nell’inchiesta "Midas", un’indagine delicatissima che aveva fatto tremare diversi esponenti del governo. L’azione di forza dell’SBU fu letta da molti osservatori internazionali come un tentativo di intimidazione verso l’indipendenza della magistratura inquirente. Le dimissioni odierne potrebbero quindi essere il prezzo politico da pagare per ristabilire un equilibrio con le istituzioni occidentali, che da tempo chiedono a Kiev maggiore trasparenza e rispetto per lo stato di diritto come condizione per il sostegno continuo.
Il Vertice dei Volenterosi a Parigi: l’ultima chance diplomatica?

Mentre a Kiev si consuma il cambio della guardia, a Parigi si gioca una partita decisiva per le sorti del conflitto. Si apre oggi il vertice dei cosiddetti "Volenterosi", un incontro ad alto livello che vede la partecipazione del presidente Zelensky, della premier italiana Giorgia Meloni, del presidente francese Emmanuel Macron e di oltre 27 leader internazionali. Un segnale di forte discontinuità rispetto al passato è la presenza della delegazione statunitense inviata dall’amministrazione Trump: al tavolo siederanno i negoziatori di alto livello Steve Witkoff e Jared Kushner.
L’agenda del vertice è ambiziosa e urgente. L’obiettivo primario è definire impegni di sicurezza concreti per l’Ucraina e pianificare la creazione di una forza multinazionale da dispiegare in caso di un eventuale cessate il fuoco. Secondo fonti diplomatiche, si discute di un pacchetto di garanzie vincolanti che possano rassicurare Kiev di fronte alla prospettiva di un congelamento del fronte. La presenza dei fedelissimi di Trump suggerisce che Washington stia spingendo per una rapida risoluzione o quantomeno per una stabilizzazione del fronte, mettendo pressione agli alleati europei affinché si assumano maggiori oneri nella gestione della sicurezza post-bellica.
La guerra non si ferma: pioggia di droni sulla Russia
Sul terreno, la diplomazia non ha ancora silenziato le armi. La notte scorsa è stata segnata da uno dei più massicci attacchi di droni ucraini contro il territorio russo. Il Ministero della Difesa di Mosca ha comunicato di aver intercettato e distrutto 129 droni in oltre 20 regioni, incluse quelle di Bryansk e Belgorod. Un raid particolarmente efficace ha colpito la città di Tver, dove il governatore ad interim Vitaly Korolev ha confermato la morte di una persona e il ferimento di altre due a seguito dell’incendio di un edificio residenziale causato dai frammenti di un drone abbattuto.
Questi attacchi, che portano la firma operativa delle strutture guidate fino a ieri da Malyuk, dimostrano che la strategia ucraina di portare la guerra in casa del nemico non è destinata a cambiare. Anzi, con Malyuk ora libero da incarichi amministrativi e focalizzato sulle "operazioni asimmetriche", è lecito attendersi un’ulteriore intensificazione delle azioni di sabotaggio e degli attacchi in profondità, indipendentemente dagli esiti dei negoziati di Parigi.
Conclusioni

La giornata di oggi, 6 gennaio 2026, segna uno spartiacque nella storia recente del conflitto ucraino. Le dimissioni di Vasyl Malyuk chiudono un capitolo caratterizzato dall’accentramento di potere nelle mani dei servizi di sicurezza, aprendo forse la strada a una fase di maggiore controllo istituzionale, ma anche di maggiore imprevedibilità sul fronte delle operazioni segrete. Contemporaneamente, il vertice di Parigi rappresenta il tentativo più concreto dell’Occidente e della nuova amministrazione americana di disegnare una via d’uscita dalla guerra. Resta da vedere se la diplomazia riuscirà a correre più veloce dei droni che continuano a solcare i cieli d’Europa.
Domande frequenti

Ufficialmente Malyuk ha dichiarato di volersi concentrare esclusivamente sulle operazioni sul campo, abbandonando i compiti amministrativi per dedicarsi alla guerra asimmetrica. Tuttavia analisti suggeriscono che la decisione possa derivare anche da pressioni politiche interne e dai precedenti scontri con gli organi contro la corruzione. La sua uscita potrebbe rappresentare un tentativo di Kiev di riequilibrare i rapporti con le istituzioni occidentali.
Il meeting mira a definire garanzie di sicurezza concrete per Kiev e a pianificare una forza multinazionale da impiegare in caso di cessate il fuoco. Al tavolo siedono leader come Zelensky, Meloni e Macron, insieme a inviati della amministrazione Trump. Il fine principale consiste nello stabilire impegni vincolanti per il futuro assetto della Europa orientale, cercando una stabilizzazione del fronte.
Malyuk continuerà a operare all interno del sistema di sicurezza ma con un ruolo focalizzato sulle strategie non convenzionali. Il suo obiettivo sarà condurre sabotaggi e attacchi in profondità nel territorio russo, come i recenti raid di droni, per infliggere il massimo danno al nemico senza dover gestire la burocrazia istituzionale.
Dietro la scelta operativa si celano frizioni istituzionali, in particolare legate al raid del servizio di sicurezza contro il dipartimento anti corruzione avvenuto il periodo precedente. Quella azione, legata alla inchiesta Midas, aveva sollevato dubbi sulla indipendenza della magistratura. Le dimissioni potrebbero quindi servire a migliorare la reputazione di Kiev agli occhi dei partner internazionali.
La partecipazione di figure chiave come Steve Witkoff e Jared Kushner segna una discontinuità rispetto al passato e indica la volontà di Washington di accelerare verso una risoluzione del conflitto. La loro presenza suggerisce una pressione sugli alleati europei affinché si assumano maggiori responsabilità nella sicurezza futura, spingendo probabilmente per negoziati rapidi.
Fonti e Approfondimenti

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