In Breve (TL;DR)
L’inflazione americana chiude il 2025 al 2,7%, confermando le attese di Wall Street nonostante la persistenza dei rincari su alimentari e alloggi.
Il Presidente Trump attacca duramente Jerome Powell, chiedendo tagli immediati dei tassi e innescando nuove tensioni sull’indipendenza della Federal Reserve.
I mercati restano cauti di fronte allo scontro istituzionale, mentre gli analisti prevedono prudenza da parte della banca centrale sui futuri allentamenti monetari.
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L’inflazione negli Stati Uniti ha chiuso il 2025 confermando le previsioni degli analisti, ma riaccendendo immediatamente lo scontro istituzionale tra la Casa Bianca e la Federal Reserve. Secondo i dati diffusi ieri dal Bureau of Labor Statistics, l’indice dei prezzi al consumo (CPI) ha registrato un incremento annuale del 2,7% a dicembre, un valore identico a quello rilevato nel mese precedente e perfettamente in linea con le aspettative di Wall Street. Su base mensile, l’aumento è stato dello 0,3%, trainato principalmente dai costi degli alloggi e dai generi alimentari.
Nonostante il dato non abbia riservato sorprese statistiche, la reazione politica non si è fatta attendere. Il Presidente Donald Trump ha colto l’occasione per rinnovare i suoi attacchi al governatore della Fed, Jerome Powell, definendo l’attuale livello dei prezzi sufficientemente basso da giustificare un immediato e aggressivo taglio dei tassi di interesse. Questo scenario aggiunge un ulteriore strato di complessità per i mercati finanziari, che ora devono navigare non solo tra i dati macroeconomici, ma anche attraverso crescenti tensioni sull’indipendenza della banca centrale americana.
Mentre gli investitori digeriscono i numeri, l’attenzione si sposta sulle prossime mosse del FOMC (Federal Open Market Committee). Con l’inflazione che si dimostra “appiccicosa” e superiore al target del 2%, la strada verso un allentamento monetario appare meno scontata di quanto sperato dalla politica, sebbene i mercati continuino a scommettere su almeno due riduzioni del costo del denaro nel corso del 2026.

I dettagli del report sull’inflazione
Analizzando nel dettaglio il rapporto del Dipartimento del Lavoro, emerge un quadro a due velocità. L’indice Core, che esclude le componenti più volatili come cibo ed energia, ha mostrato un incremento del 2,6% su base annua, un dato leggermente inferiore alle stime degli economisti che prevedevano un 2,7%. Su base mensile, l’inflazione di fondo è salita dello 0,2%, segnalando che le pressioni sottostanti sui prezzi si stanno raffreddando, seppur lentamente.
Tuttavia, sono le spese quotidiane a pesare ancora sulle tasche dei consumatori americani. I prezzi dei generi alimentari hanno subito un’accelerazione, registrando un aumento dello 0,7% rispetto a novembre e del 3,1% su base annua. Anche il settore energetico ha mostrato segnali di risveglio, con un incremento mensile dello 0,3% e annuale del 2,3%. Il contributo maggiore all’aumento complessivo è arrivato ancora una volta dal comparto shelter (alloggi e affitti), salito dello 0,4% nel mese, confermandosi la componente più ostinata del paniere.
In controtendenza, invece, il mercato delle auto usate, che ha visto i prezzi scendere dell’1,1%, offrendo un parziale sollievo all’indice generale. Questi dati misti suggeriscono che, sebbene il picco inflazionistico del passato sia ormai alle spalle, il ritorno al target del 2% rimane un percorso accidentato e non lineare.
La reazione dei mercati e le attese sulla Fed

La pubblicazione dei dati ha lasciato i mercati azionari sostanzialmente invariati, segno che gli investitori avevano già prezzato questo scenario. Tuttavia, il dibattito sul futuro della politica monetaria è più vivo che mai. Secondo gli strumenti di monitoraggio dei tassi, come il CME FedWatch Tool, il mercato sta attualmente scontando una probabilità elevata di una pausa nel meeting di fine gennaio, con le aspettative che si spostano verso un possibile taglio nel mese di marzo.
Gli analisti di diverse banche d’affari prevedono che la Federal Reserve opererà con estrema cautela. Dopo i tre tagli effettuati nella parte finale del 2025, la banca centrale sembra intenzionata a valutare l’impatto cumulativo delle sue decisioni sull’economia reale prima di procedere ulteriormente. Il consenso attuale vede possibili due tagli dei tassi nel corso del 2026, ma molto dipenderà dalla tenuta del mercato del lavoro, che finora ha mostrato segnali di raffreddamento ma non di crollo.
Scontro istituzionale: Trump contro Powell

Il dato sull’inflazione è diventato immediatamente un’arma politica. Donald Trump, parlando ai reporter prima di un evento economico a Detroit, ha dichiarato che l’inflazione è “molto bassa” e ha attaccato duramente Jerome Powell. Secondo quanto riportato da diverse testate finanziarie, il Presidente ha definito il governatore un “jerk” (idiota/stupido), esortandolo a non essere “troppo lento” nel tagliare i tassi.
La tensione è salita ulteriormente a causa delle notizie riguardanti un’indagine del Dipartimento di Giustizia (DOJ) che coinvolgerebbe la gestione interna della Fed, una mossa che molti osservatori interpretano come un tentativo di pressione sull’indipendenza dell’istituto. Esponenti del mondo finanziario, tra cui il CEO di JPMorgan Jamie Dimon, hanno espresso preoccupazione, sottolineando come minare l’autonomia della banca centrale rischi di generare l’effetto opposto, ovvero un aumento dell’inflazione e dei tassi nel lungo periodo a causa della perdita di credibilità sui mercati internazionali.
Conclusioni

Il report sull’inflazione di dicembre 2025 consegna la fotografia di un’economia americana in fase di stabilizzazione ma non ancora guarita dalle pressioni sui prezzi. Con un CPI al 2,7%, la Federal Reserve si trova in una posizione scomoda: da un lato la necessità tecnica di mantenere una politica restrittiva per riportare l’inflazione al target, dall’altro una pressione politica senza precedenti per allentare i cordoni della borsa e stimolare la crescita.
Per gli investitori e i risparmiatori, il 2026 si apre all’insegna dell’incertezza. Sebbene i fondamentali economici suggeriscano un atterraggio morbido, le variabili politiche e le tensioni istituzionali rappresentano rischi esogeni che potrebbero aumentare la volatilità sui mercati. La prossima riunione della Fed a fine gennaio sarà cruciale non tanto per le decisioni sui tassi, che probabilmente rimarranno fermi, quanto per il tono che Powell utilizzerà per difendere l’istituzione e delineare la rotta futura in un mare sempre più agitato.
Domande frequenti

Secondo i dati del Bureau of Labor Statistics, l’inflazione USA ha chiuso l’anno con un incremento annuale del 2,7%, confermando le aspettative degli analisti. Su base mensile, l’indice dei prezzi al consumo è salito dello 0,3%. Questo dato evidenzia una situazione di stabilità rispetto al mese precedente, ma segnala che il percorso verso il target ideale del 2% rimane complesso, a causa soprattutto della persistenza dei costi nel settore degli alloggi e dei generi alimentari.
Il Presidente Trump ritiene che l’attuale livello di inflazione sia sufficientemente basso da giustificare un taglio immediato e aggressivo dei tassi di interesse. Ha criticato duramente il governatore della Fed, Jerome Powell, definendolo lento nelle decisioni e utilizzando termini offensivi. Lo scontro è alimentato anche da notizie riguardanti una possibile indagine del Dipartimento di Giustizia sulla gestione interna della Fed, una mossa che i mercati interpretano come una minaccia all’indipendenza della banca centrale americana.
Nonostante le pressioni politiche, gli analisti prevedono che la Federal Reserve agirà con estrema cautela. Il mercato sconta una probabile pausa nella riunione di fine gennaio, con le aspettative che si spostano verso un possibile primo taglio dei tassi a marzo. Il consenso attuale ipotizza due riduzioni complessive del costo del denaro nel corso del 2026, ma tutto dipenderà dall’evoluzione dei dati macroeconomici e dalla tenuta del mercato del lavoro.
L’aumento dell’indice dei prezzi al consumo è stato trainato principalmente dai costi degli alloggi (componente shelter) e dai generi alimentari, che hanno registrato rincari significativi rispettivamente dello 0,4% e dello 0,7% su base mensile. Anche il settore energetico ha mostrato una ripresa. Al contrario, il mercato delle auto usate ha offerto un parziale sollievo all’inflazione generale, segnando una diminuzione dei prezzi dell’1,1%.
Mentre l’inflazione generale si è attestata al 2,7%, l’indice Core, che esclude le componenti più volatili come cibo ed energia, ha registrato un incremento annuale leggermente inferiore, pari al 2,6%. Questo dato è risultato di poco sotto le stime degli economisti e indica che le pressioni sottostanti sui prezzi si stanno raffreddando, sebbene a un ritmo lento che impone alla Fed di mantenere alta l’attenzione prima di allentare la politica monetaria.
Fonti e Approfondimenti
- Bureau of Labor Statistics (USA): Dati ufficiali sull’inflazione e indice CPI
- Federal Reserve: Politica monetaria e decisioni sui tassi di interesse
- Wikipedia: Cos’è il FOMC (Federal Open Market Committee)
- Wikipedia: Profilo di Jerome Powell, Presidente della Federal Reserve
- Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (DOJ): Sito ufficiale

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