Venere: l’Università di Trento scopre un tunnel di lava sotterraneo

Pubblicato il 09 Feb 2026
Aggiornato il 09 Feb 2026
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Scansione radar 3D del lava tube sotterraneo nella regione Nyx Mons su Venere

Una scoperta destinata a riscrivere i libri di astronomia planetaria arriva oggi, 9 febbraio 2026, dall’Italia. L’Università di Trento ha annunciato l’individuazione confermata di un imponente tunnel sotterraneo su Venere, una struttura geologica nota come “lava tube” che si snoda nelle profondità del pianeta gemello della Terra. La ricerca, pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Nature Communications, porta la firma di un team tutto italiano guidato dal professor Lorenzo Bruzzone e dai ricercatori Leonardo Carrer ed Elena Diana, appartenenti al Remote Sensing Laboratory del Dipartimento di Ingegneria e Scienza dell’Informazione dell’ateneo trentino. Questa rivelazione non solo conferma teorie dibattute da decenni, ma offre anche una nuova prospettiva sulla storia vulcanica di Venere e sulle possibilità future di esplorazione umana o robotica nel Sistema Solare.

Fino a questo momento, la superficie di Venere era rimasta in gran parte un enigma avvolto da una densa coltre di nubi acide, impenetrabile alla luce visibile. Sebbene tracce di attività vulcanica fossero state ipotizzate e parzialmente osservate in passato, la prova diretta dell’esistenza di strutture sotterranee cave era sempre sfuggita agli scienziati. L’Università di Trento, grazie a nuove tecniche di analisi dei dati radar e al supporto dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), è riuscita a penetrare virtualmente la crosta venusiana, svelando un mondo nascosto che potrebbe avere implicazioni cruciali per la comprensione dell’evoluzione dei pianeti rocciosi.

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La scoperta si concentra nella regione del Nyx Mons, un grande vulcano a scudo intitolato alla dea greca della notte. Qui, i ricercatori hanno identificato una cavità che si estende nel sottosuolo, protetta da un “tetto” di roccia solida. Non si tratta di una semplice frattura, ma di un vero e proprio condotto vulcanico svuotato, simile a quelli che si trovano sulla Terra alle Hawaii o alle Canarie, ma di dimensioni decisamente più colossali. Secondo lo studio, questa struttura rappresenta la prova definitiva che il vulcanismo su Venere ha creato reti complesse di tunnel, potenzialmente diffuse su tutto il pianeta.

La tecnologia dietro la scoperta: rileggere la missione Magellan

Uno degli aspetti più affascinanti di questa scoperta risiede nel metodo utilizzato. Il team dell’Università di Trento non ha attinto a dati provenienti da una nuova sonda appena atterrata, bensì ha compiuto un lavoro di “archeologia spaziale” ad altissima tecnologia. Gli scienziati hanno rianalizzato i dati raccolti oltre trent’anni fa dalla missione Magellan della NASA, che mappò il pianeta tra il 1990 e il 1992 utilizzando un radar ad apertura sintetica (SAR).

Secondo quanto spiegato dal professor Lorenzo Bruzzone, coordinatore della ricerca, la chiave di volta è stata lo sviluppo di nuove tecniche di elaborazione del segnale. I dati originali della Magellan contenevano informazioni che, all’epoca, non potevano essere interpretate con la chiarezza odierna. Il team ha cercato specifici segnali di “skylight”, ovvero lucernari o crolli parziali della volta del tunnel, che sono l’unico indizio visibile dalla superficie della presenza di un vuoto sottostante. Analizzando le riflessioni delle onde radar con algoritmi avanzati, i ricercatori hanno potuto ricostruire la geometria della cavità nascosta, distinguendo tra la superficie esterna e il fondo del tunnel.

Questa metodologia dimostra come gli archivi delle grandi agenzie spaziali come la NASA e l’ESA siano miniere d’oro ancora parzialmente inesplorate. La capacità di estrarre nuove scoperte da vecchi dati è fondamentale in un’epoca in cui le missioni spaziali sono costose e richiedono anni di pianificazione. Il successo del team trentino evidenzia l’eccellenza della ricerca italiana nel campo del telerilevamento e dell’analisi dati, settori in cui l’Italia gioca un ruolo di primo piano a livello globale.

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Le dimensioni ciclopiche del tunnel di Nyx Mons

Venere: l'Università di Trento scopre un tunnel di lava sotterraneo - Infografica riassuntiva
Infografica riassuntiva dell’articolo "Venere: l’Università di Trento scopre un tunnel di lava sotterraneo" (Visual Hub)
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Le misurazioni fornite dallo studio sono impressionanti e dipingono un quadro geologico molto diverso da quello terrestre. Il tunnel individuato sotto il Nyx Mons avrebbe un diametro stimato di circa un chilometro. Per fare un paragone, i tubi di lava sulla Terra hanno diametri che raramente superano le decine di metri. Anche rispetto alle strutture simili individuate sulla Luna e su Marte, il tunnel venusiano si colloca nella fascia dimensionale più alta, suggerendo che le eruzioni vulcaniche su Venere siano state caratterizzate da flussi di lava enormi e molto fluidi, capaci di scorrere per lunghe distanze prima di solidificarsi in superficie.

Secondo i dati pubblicati su Nature Communications, la volta del tunnel avrebbe uno spessore di almeno 150 metri, una copertura rocciosa massiccia che ha protetto la cavità dal collasso totale nonostante l’immensa pressione atmosferica di Venere, che in superficie è circa 90 volte quella terrestre. La profondità della cavità vuota è stata calcolata in almeno 375 metri. Queste dimensioni suggeriscono un ambiente sotterraneo vasto e stabile, un vero e proprio mondo ipogeo che è rimasto isolato per milioni di anni dalle condizioni infernali della superficie.

La presenza di strutture così grandi implica che il vulcanismo su Venere non è stato solo un fenomeno superficiale, ma ha coinvolto enormi volumi di magma in movimento nel sottosuolo. Questo rafforza l’ipotesi che il pianeta sia ancora geologicamente attivo o lo sia stato fino a tempi molto recenti, una teoria che sta guadagnando sempre più consenso nella comunità scientifica internazionale grazie anche a recenti studi sulle variazioni termiche della superficie.

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Un rifugio contro l’inferno venusiano?

Rappresentazione del tunnel di lava sotterraneo scoperto su Venere nella regione Nyx Mons
Una ricerca italiana svela un gigantesco tunnel di lava sotto la superficie di Venere. (Visual Hub)

La scoperta di un tunnel sotterraneo su Venere apre scenari speculativi affascinanti per il futuro dell’esplorazione spaziale. Sebbene Venere sia spesso descritto come il “gemello cattivo” della Terra a causa delle sue temperature che superano i 460 gradi Celsius e delle piogge di acido solforico, il sottosuolo potrebbe offrire condizioni leggermente diverse, seppur sempre estreme. I tubi di lava sono considerati da tempo come i luoghi ideali per stabilire future basi su altri corpi celesti, come la Luna o Marte, perché offrono una protezione naturale dalle radiazioni cosmiche e dagli impatti di meteoriti.

Nel caso di Venere, l’interesse è puramente scientifico e robotico per il prossimo futuro. Un tunnel di queste dimensioni potrebbe proteggere strumenti sensibili dalle correnti atmosferiche violente e corrosive che spazzano la superficie. Inoltre, l’interno di questi tunnel potrebbe conservare rocce e materiali chimici inalterati, non esposti all’erosione atmosferica, offrendo una “capsula del tempo” geologica che racconta la storia primordiale del pianeta. Secondo Leonardo Carrer, primo autore dello studio, comprendere la stabilità di queste strutture è fondamentale: se un giorno invieremo sonde capaci di esplorare il sottosuolo (come droni o rover speleologici), questi tunnel saranno i primi obiettivi.

La scoperta pone anche interrogativi sulla comparazione planetaria. Perché Venere ha sviluppato tunnel così grandi? La risposta potrebbe risiedere nella gravità, simile a quella terrestre, combinata con una composizione della lava molto fluida e un raffreddamento superficiale molto lento a causa dell’effetto serra galoppante. Studiare queste differenze aiuta gli scienziati a capire meglio anche i vulcani terrestri e i rischi ad essi associati.

Il ruolo dell’Italia nella nuova corsa a Venere

Questa scoperta arriva in un momento di rinascimento per l’esplorazione di Venere. Dopo decenni di relativo oblio, le agenzie spaziali stanno tornando a puntare i riflettori sul secondo pianeta del Sistema Solare. La NASA ha in programma la missione VERITAS, mentre l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) sta sviluppando la missione EnVision, entrambe previste per il lancio nei prossimi anni. L’Italia, attraverso l’ASI e centri di ricerca come l’Università di Trento, è fortemente coinvolta in questi progetti.

Il radar che equipaggerà la sonda EnVision, ad esempio, beneficerà direttamente dell’esperienza maturata con questo studio. La capacità di interpretare i segnali radar per individuare vuoti sotterranei sarà una delle competenze chiave per la missione europea. Il professor Bruzzone e il suo team hanno dimostrato che la tecnologia italiana è all’avanguardia nell’elaborazione dati per l’osservazione planetaria. La scoperta del tunnel di Nyx Mons funge da “apripista”, indicando alle future sonde esattamente dove guardare e cosa cercare.

Inoltre, il coinvolgimento dell’Agenzia Spaziale Italiana nel finanziamento di questo progetto sottolinea l’importanza strategica che il nostro Paese attribuisce alla ricerca spaziale. Non si tratta solo di prestigio accademico, ma di sviluppare tecnologie di telerilevamento che hanno ricadute pratiche anche sulla Terra, ad esempio nel monitoraggio di infrastrutture, nella prevenzione di disastri idrogeologici o nell’analisi del sottosuolo per la ricerca di risorse.

In Breve (TL;DR)

Un team dell’Università di Trento ha individuato un gigantesco tunnel di lava su Venere, confermando teorie dibattute da decenni.

La scoperta è avvenuta rianalizzando i dati radar della storica missione Magellan grazie a innovative tecniche di elaborazione del segnale.

Questa imponente struttura sotterranea nel Nyx Mons offre prove definitive del vulcanismo venusiano e nuove speranze per l’esplorazione spaziale.

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Conclusioni

disegno di un ragazzo seduto a gambe incrociate con un laptop sulle gambe che trae le conclusioni di tutto quello che si è scritto finora

La scoperta del tunnel sotterraneo su Venere da parte dell’Università di Trento segna una data storica per la scienza planetaria. Il 9 febbraio 2026 sarà ricordato come il giorno in cui abbiamo avuto la certezza che il “gemello” della Terra nasconde nel suo buio sottosuolo segreti geologici di dimensioni titaniche. Grazie all’ingegno dei ricercatori italiani e alla rilettura dei dati della missione Magellan, oggi sappiamo che Nyx Mons ospita un condotto vuoto di un chilometro di diametro, una cattedrale naturale scavata dal fuoco.

Mentre attendiamo che le future missioni come EnVision e VERITAS raggiungano l’orbita venusiana per fornirci immagini ancora più dettagliate, questo studio ci ricorda che l’esplorazione spaziale non è fatta solo di nuovi lanci, ma anche di intelligenza, analisi e capacità di vedere oltre l’apparenza. Venere, con i suoi tunnel nascosti, è un po’ meno misterioso da stasera, ma decisamente più affascinante.

Domande frequenti

disegno di un ragazzo seduto con nuvolette di testo con dentro la parola FAQ
Cosa ha scoperto l’Università di Trento su Venere?

Un team di ricerca dell’Università di Trento ha individuato e confermato la presenza di un imponente tunnel di lava sotterraneo nella regione del vulcano Nyx Mons su Venere. Lo studio, pubblicato su Nature Communications, fornisce la prova diretta che il vulcanismo venusiano ha creato complesse reti di condotti sotterranei, simili a quelli terrestri ma di dimensioni decisamente maggiori.

Come è stato individuato il tunnel di lava senza nuove sonde?

La scoperta è avvenuta tramite un lavoro di archeologia spaziale ad alta tecnologia, rianalizzando i dati radar raccolti oltre trenta anni fa dalla missione NASA Magellan. I ricercatori italiani hanno applicato nuove tecniche di elaborazione del segnale per identificare tracce di crolli parziali della volta, detti skylight, riuscendo a ricostruire la geometria della cavità nascosta che era sfuggita alle analisi precedenti.

Quali sono le dimensioni del tunnel sotterraneo di Nyx Mons?

La struttura geologica scoperta ha dimensioni ciclopiche, con un diametro stimato di circa un chilometro e una profondità della cavità vuota di almeno 375 metri. Il tunnel è protetto da un tetto di roccia solida spesso oltre 150 metri, che ha garantito la stabilità della struttura nonostante l’enorme pressione atmosferica presente sulla superficie di Venere.

Perché i tunnel di lava su Venere sono importanti per l’esplorazione spaziale?

Queste cavità rappresentano luoghi di grande interesse scientifico poiché offrono una protezione naturale dalle condizioni estreme della superficie, come le piogge acide e i venti violenti. In futuro, potrebbero diventare obiettivi privilegiati per sonde robotiche o rover speleologici, in quanto il loro interno potrebbe conservare materiali geologici inalterati, fungendo da vere e proprie capsule del tempo.

Qual è il ruolo dell’Italia nelle future missioni su Venere?

L’Italia, attraverso l’Agenzia Spaziale Italiana e centri di eccellenza come l’Università di Trento, è in prima linea nella nuova corsa all’esplorazione di Venere. Le competenze sviluppate nell’analisi dei dati radar saranno fondamentali per le prossime missioni internazionali, come EnVision dell’ESA e VERITAS della NASA, che utilizzeranno tecnologie simili per mappare il pianeta con maggiore dettaglio.

Francesco Zinghinì

Ingegnere e imprenditore digitale, fondatore del progetto TuttoSemplice. La sua visione è abbattere le barriere tra utente e informazione complessa, rendendo temi come la finanza, la tecnologia e l’attualità economica finalmente comprensibili e utili per la vita quotidiana.

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