In Breve (TL;DR)
L’Italia ottiene la maglia nera europea nel 2026 per le accise sul diesel, trasformando il rifornimento in un vero salasso fiscale.
Il prezzo del gasolio è gravato da un carico fiscale del 59%, con quasi un euro di tasse per ogni litro acquistato.
Il riallineamento delle accise costa agli italiani oltre 550 milioni di euro, penalizzando pesantemente la mobilità rispetto agli altri paesi europei.
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È il 15 gennaio 2026 e per chi vive di pane e motori la giornata inizia con una doccia fredda, anzi gelata. La notizia che temevamo è ora una realtà certificata dai numeri: l’Italia ha conquistato la poco invidiabile "maglia nera" in Europa per il peso delle accise sul gasolio. Mentre la passione per le auto e le moto continua a scorrere nelle nostre vene, il portafoglio degli italiani viene messo a dura prova da un record storico: quasi un euro per ogni litro di diesel erogato alla pompa finisce direttamente nelle casse dello Stato.
Nonostante l’entusiasmo che mettiamo nel raccontarvi le ultime novità auto e le tecnologie più raffinate, non possiamo ignorare l’elefante nella stanza. Il riallineamento delle accise, scattato puntuale con l’inizio del nuovo anno, ha ridisegnato la mappa dei costi di gestione per milioni di automobilisti. Secondo le ultime rilevazioni, la componente fiscale ha raggiunto una quota monstre del 59% sul prezzo finale, trasformando il rifornimento in un vero e proprio salasso fiscale che non ha eguali nel Vecchio Continente.

I numeri della stangata: un’analisi tecnica
Entriamo nel dettaglio tecnico, come siamo abituati a fare durante le nostre prove su strada, ma questa volta il banco di prova non è l’asfalto, bensì la colonna del distributore. Secondo l’analisi condotta da Facile.it su dati della Commissione Europea aggiornati a gennaio 2026, il prezzo medio del diesel si attesta a 1,644 euro al litro. Di questi, ben 0,969 euro sono costituiti da accise e IVA. Stiamo parlando di quasi un euro di tasse su ogni litro imbarcato.
Il meccanismo che ha portato a questo scenario è il tanto discusso "riallineamento": un incremento di 4,05 centesimi di euro al litro per il gasolio, bilanciato da una riduzione analoga sulla benzina. Tuttavia, dato che il parco circolante italiano e la logistica commerciale fanno ancora massiccio affidamento sul diesel, il risultato netto è un aggravio pesantissimo. Se analizziamo la struttura del prezzo, scopriamo che la materia prima e i costi industriali sono la parte minoritaria del conto finale.
Il paradosso italiano: carburante economico, fisco pesante

Qui emerge il vero paradosso che farà discutere gli appassionati di motori per mesi. Se spogliassimo il prezzo del diesel dalla componente fiscale, l’Italia si scoprirebbe incredibilmente competitiva. Il prezzo "industriale" del gasolio italiano, infatti, sarebbe il terzo più basso d’Europa. Questo dimostra che la filiera distributiva e le compagnie petrolifere stanno lavorando con efficienza.
Purtroppo, l’intervento statale ribalta completamente la classifica. Quell’efficienza viene annullata da un carico fiscale che ci proietta in cima alla lista dei paesi più cari. È come avere un motore da Formula 1 costretto a trainare un rimorchio di piombo: le prestazioni ci sarebbero, ma la zavorra fiscale (quel 59% di tasse) ci rallenta inesorabilmente rispetto ai nostri vicini europei.
Il confronto impietoso con l’Europa

Guardando oltre confine, il confronto è impietoso e fa male quanto una frizione bruciata. Secondo i dati diffusi, per percorrere 10.000 chilometri con un’auto diesel, un automobilista italiano versa allo Stato circa 533 euro solo di tasse (accise + IVA). I nostri "colleghi" europei se la passano decisamente meglio: in Germania la stessa percorrenza costa 494 euro di tasse, in Francia 480 euro.
Il divario diventa un abisso se guardiamo alla Spagna, dove il costo fiscale per gli stessi chilometri scende a 341 euro. Parliamo di una differenza del 36% in meno. Anche la Svezia, storicamente considerata un paese ad alta tassazione, si ferma a 364 euro. L’Italia, con il suo 59% di incidenza fiscale, stacca tutti: la Slovenia segue al 58%, mentre nazioni come la Spagna e la Svezia si godono un carico fiscale che si ferma al 45%.
Oltre 550 milioni di euro: il conto per gli automobilisti
L’impatto macroeconomico di questa misura è gigantesco. Poiché il diesel è ancora il carburante principe per le lunghe percorrenze e il trasporto merci, la rimodulazione delle accise non è un gioco a somma zero. Secondo le stime, questa manovra costerà agli automobilisti italiani oltre 550 milioni di euro in più. Una cifra che pesa sui bilanci familiari e che rischia di frenare anche il mercato delle auto nuove, già alle prese con la complessa transizione elettrica.
Anche per chi possiede una moto diesel (una rarità, certo, ma il concetto si applica all’economia generale del settore), o per chi utilizza veicoli commerciali leggeri, il colpo è sensibile. La passione per i motori in Italia è resiliente, ma questi costi rischiano di trasformare la mobilità individuale da diritto acquisito a lusso per pochi.
Conclusioni

In questo scenario del 2026, l’Italia si conferma un paese di grandi contrasti: da un lato l’eccellenza ingegneristica e la passione viscerale per i motori, dall’altro una pressione fiscale che soffoca l’utente finale. Con quasi un euro di tasse per litro e il primato negativo in Europa, la sfida per gli automobilisti italiani sarà quella di ottimizzare ogni singolo chilometro. Noi continueremo a raccontarvi le emozioni della guida e le migliori novità auto, ma con la consapevolezza che, oggi più che mai, ogni pieno è un investimento importante.
Domande frequenti

L’aumento è causato principalmente dal riallineamento delle accise scattato a gennaio 2026, che ha comportato un incremento di oltre 4 centesimi al litro sul gasolio. Attualmente, la componente fiscale ha raggiunto il 59% del prezzo finale, rendendo l’Italia il paese con la tassazione più alta d’Europa su questo carburante, nonostante il costo industriale della materia prima sia competitivo.
Secondo i dati aggiornati a gennaio 2026, su un prezzo medio di 1,644 euro al litro, ben 0,969 euro sono costituiti da accise e IVA. Questo significa che quasi un euro per ogni litro erogato finisce direttamente nelle casse dello Stato, trasformando il rifornimento in un prelievo fiscale che supera ampiamente il costo del prodotto stesso.
Il divario è significativo: mentre l’Italia ha un’incidenza fiscale del 59%, paesi come Spagna e Svezia si fermano al 45%. In termini pratici, per percorrere diecimila chilometri un automobilista italiano versa allo Stato circa 533 euro di sole tasse, contro i 341 euro che pagherebbe in Spagna e i 494 euro della Germania per la stessa percorrenza.
Il paradosso consiste nel fatto che, se si escludessero le tasse, il prezzo industriale del gasolio in Italia sarebbe il terzo più basso d’Europa, a dimostrazione dell’efficienza della filiera distributiva. Tuttavia, l’enorme carico fiscale imposto dallo Stato annulla completamente questo vantaggio, portando il prezzo finale alla pompa ai massimi livelli continentali.
Si stima che la rimodulazione delle accise costerà agli automobilisti italiani oltre 550 milioni di euro in più. Dato che il diesel è fondamentale per il trasporto merci e le lunghe percorrenze, questo aggravio pesa notevolmente sui bilanci familiari e rischia di rallentare il mercato auto, trasformando la mobilità individuale in un lusso sempre più costoso.
Fonti e Approfondimenti
- Commissione Europea – Weekly Oil Bulletin (Bollettino Petrolifero Settimanale)
- MASE – Statistiche e rilevazioni sui prezzi medi settimanali dei carburanti
- Agenzia delle Dogane e dei Monopoli – Aliquote di imposta e accise vigenti
- MEF – Piano Strutturale di Bilancio di Medio Termine (Riferimento riallineamento accise)

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