In Breve (TL;DR)
La presidenza Trump inaugura una fase di imperialismo economico esplicito, anteponendo l’accaparramento delle risorse a qualsiasi alleanza diplomatica tradizionale.
L’arresto di Maduro e le minacce globali confermano una strategia aggressiva volta al controllo unilaterale di energia e minerali strategici.
La guerra commerciale con la Cina per le terre rare ridisegna gli equilibri mondiali, obbligando l’Europa a difendere la propria sovranità.
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WASHINGTON – È un’Epifania che il mondo difficilmente dimenticherà, segnata non dai doni ma da una dimostrazione di forza senza precedenti da parte della Casa Bianca. Oggi, 6 gennaio 2026, la presidenza di Donald Trump entra in una fase che molti analisti definiscono di "imperialismo economico esplicito". Dalle prime luci dell’alba, le cancellerie di mezzo mondo sono in subbuglio per una serie di dichiarazioni e azioni militari che ridisegnano la mappa della geopolitica globale. La notizia che domina le prime pagine è clamorosa: l’arresto del presidente venezuelano Nicolás Maduro, prelevato con un blitz delle forze speciali statunitensi e già trasferito a New York. Ma il Venezuela è solo un tassello di un mosaico più ampio che vede gli Stati Uniti in rotta di collisione con la Cina, aggressivi verso l’Europa sulla questione Groenlandia e intransigenti con l’Iran.
Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, la strategia del tycoon non fa più distinzione tra alleati storici e rivali strategici: l’unico faro è l’interesse nazionale americano, declinato nella sua forma più cruda, ovvero l’accaparramento di risorse energetiche e minerali critici. Se il primo mandato era stato caratterizzato dall’isolazionismo, questo secondo atto si sta rivelando interventista e predatorio. "Trump farà di tutto, contro amici o nemici, affinché nessuno si metta di traverso", scrive J. Fiegener sull’HuffPost Italia, sottolineando come la diplomazia tradizionale sia stata ormai sostituita da ultimatum e azioni unilaterali.
In questo scenario incandescente, gli esteri diventano il campo di battaglia principale per la sopravvivenza economica delle superpotenze. Dalla Somalia all’Iran, passando per il Mar Glaciale Artico, Washington sta applicando quella che l’Atlantic Council ha già battezzato come il "Corollario Trump" alla Dottrina Monroe: non solo l’America agli americani, ma le risorse strategiche dell’emisfero occidentale (e oltre) sotto il diretto controllo di Washington.

Il blitz in Venezuela e la caccia alle risorse
L’evento scatenante di questa nuova crisi globale è avvenuto meno di 24 ore fa. Secondo fonti confermate e le immagini trasmesse dai media internazionali, Nicolás Maduro è arrivato al Downtown Manhattan Heliport il 5 gennaio 2026, scortato da agenti federali, per affrontare accuse di narco-terrorismo. Ma dietro la giustificazione giudiziaria, come evidenzia l’analisi de Il Fatto Quotidiano, si celano enormi interessi economici. Con la caduta del leader chavista, gli Stati Uniti mirano a "mettere le mani sulle sterminate riserve di petrolio e le allettanti ricchezze minerarie della repubblica bolivariana".
Non pago dell’arresto di Maduro, Trump ha alzato il tiro minacciando direttamente la vicepresidente venezuelana Delcy Rodriguez e l’intera struttura di potere residua a Caracas. L’obiettivo è chiaro: sradicare l’influenza cinese e russa dal Sud America. Pechino e Mosca, che per anni hanno sostenuto il regime venezuelano con prestiti e accordi infrastrutturali, si trovano ora di fronte al fatto compiuto. Questa mossa aggressiva rientra perfettamente nella logica dei conflitti per le risorse: il controllo del petrolio venezuelano e dei giacimenti di oro e coltan è vitale per la strategia industriale americana, che cerca di affrancarsi dalla dipendenza asiatica.
Scontro totale con la Cina: la guerra dei minerali

Mentre il Sud America trema, il fronte orientale è altrettanto caldo. La tensione tra Washington e Pechino ha raggiunto livelli di guardia, superando le schermaglie commerciali del passato. Al centro della disputa non ci sono più solo i dazi sulle merci di consumo, ma il controllo dei minerali critici e delle terre rare, indispensabili per l’industria tecnologica e militare. Secondo il Peterson Institute for International Economics, le restrizioni all’export imposte dalla Cina alla fine del 2025 hanno spinto Trump a reagire con una violenza inaudita, minacciando tariffe al 100% e sanzioni secondarie contro chiunque commerci materiali strategici con il Dragone.
La Cina, che detiene ancora una posizione dominante nella raffinazione di litio, cobalto e grafite, sta usando le sue risorse come leva geopolitica. In risposta, l’amministrazione Trump sta cercando di costruire una filiera "China-free", costringendo i partner internazionali a scegliere da che parte stare. I trattati commerciali vengono riscritti o stracciati in base alla disponibilità dei paesi firmatari di escludere Pechino dalle proprie catene di approvvigionamento. È una guerra fredda tecnologica che rischia di frammentare il mercato globale in due blocchi incomunicabili.
L’ossessione Groenlandia e il silenzio dell’Europa

In questo risiko mondiale, anche l’Europa si trova in una posizione scomoda, schiacciata tra la fedeltà atlantica e la difesa della propria sovranità. Il caso più emblematico è quello della Groenlandia. Dopo averci provato nel suo primo mandato, Trump è tornato alla carica con rinnovato vigore, dichiarando che l’isola "serve assolutamente per motivi di sicurezza" agli Stati Uniti. Non si tratta solo di basi militari: il sottosuolo groenlandese è ricco di quelle terre rare che Washington cerca disperatamente per non dipendere dalla Cina.
Secondo l’analisi di Gianni Rosini su Il Fatto Quotidiano, l’aspetto più inquietante è la reazione — o meglio, la non-reazione — del Vecchio Continente. "Trump minaccia la Groenlandia e l’Europa tace: la nostra ormai è una politica di genuflessione", si legge nell’articolo odierno. Bruxelles, paralizzata dalle divisioni interne e dal timore di ritorsioni economiche americane, non ha emesso alcuna condanna formale verso le minacce di annessione o di "acquisto forzato" di un territorio che appartiene al Regno di Danimarca. Questo silenzio assordante evidenzia la debolezza della diplomazia europea di fronte a un alleato che non esita a comportarsi da padrone.
Avvertimenti a Teheran e la stretta sull’Africa
La "Dottrina Trump" del 2026 non risparmia il Medio Oriente e l’Africa. Nelle ultime ore, il Dipartimento di Stato Usa ha diffuso un messaggio in lingua farsi rivolto direttamente al regime degli Ayatollah: "Non fate giochetti con il presidente Trump, è un uomo d’azione". Un avvertimento che suona sinistro dopo il blitz in Venezuela, suggerendo che l’opzione militare è sul tavolo anche per la questione nucleare iraniana. Washington non sembra più interessata a lunghi negoziati o accordi multilaterali come il JCPOA, ma predilige la pressione massima e la minaccia diretta.
Parallelamente, la politica verso l’Africa si è indurita. Nonostante il disimpegno militare parziale, gli interessi Usa rimangono forti in aree chiave come la Somalia, dove la lotta ad Al-Shabaab continua ma con regole d’ingaggio diverse. Secondo l’International Crisis Group, l’approccio è ora puramente transazionale: aiuti e supporto militare sono concessi solo in cambio di accesso esclusivo alle risorse o allineamento politico totale. Inoltre, l’espansione del "Travel Ban" a diversi paesi africani, inclusa la Somalia, conferma la visione di un’America che vuole le risorse del continente ma ne respinge i popoli, creando ulteriori frizioni diplomatiche con l’Unione Africana.
Conclusioni

La giornata del 6 gennaio 2026 segna uno spartiacque nella storia delle relazioni internazionali recenti. L’arresto di Maduro, le minacce alla Cina e le pressioni sulla Groenlandia delineano un ordine mondiale in cui la forza bruta e l’interesse economico immediato prevalgono sul diritto internazionale e sulla diplomazia. Donald Trump, libero dai vincoli elettorali e forte di un apparato di sicurezza a lui fedele, sta ridisegnando gli equilibri globali con una velocità che lascia storditi sia gli avversari che gli alleati.
In questo contesto, concetti come "sovranità nazionale" e "cooperazione multilaterale" sembrano svuotarsi di significato di fronte alla fame di materie prime e alla volontà di potenza di Washington. Resta da vedere se il resto del mondo, dalla Cina all’Europa silente, troverà la forza e la coesione per reagire a questa nuova forma di egemonia, o se il 2026 sarà ricordato come l’anno in cui gli Stati Uniti hanno definitivamente gettato la maschera, trasformando il pianeta in un mercato di conquista dove vige la legge del più forte.
Domande frequenti

L’operazione delle forze speciali statunitensi contro il presidente venezuelano risponde principalmente a una logica di imperialismo economico. Oltre alle accuse formali di narco-terrorismo, l’obiettivo strategico della Casa Bianca è assumere il controllo delle immense riserve di petrolio, oro e coltan del Venezuela. Questa mossa serve inoltre a sradicare definitivamente l’influenza geopolitica di Cina e Russia dal Sud America, garantendo agli USA l’accesso esclusivo alle risorse dell’emisfero occidentale.
Il conflitto tra Washington e Pechino si è spostato dai dazi commerciali al controllo delle terre rare e dei minerali critici, indispensabili per la tecnologia e l’industria militare. In risposta alle restrizioni sull’export imposte dalla Cina, l’amministrazione Trump sta cercando di creare una filiera produttiva totalmente indipendente, minacciando sanzioni contro i paesi che continuano a commerciare materiali strategici con il Dragone e forzando una divisione del mercato globale in due blocchi contrapposti.
Washington considera la Groenlandia un territorio fondamentale sia per la sicurezza nazionale che per l’approvvigionamento di materie prime. Il sottosuolo dell’isola è ricco di quelle terre rare che gli Stati Uniti cercano disperatamente per affrancarsi dalla dipendenza asiatica. La rinnovata pressione per l’acquisizione o il controllo dell’isola danese evidenzia una strategia aggressiva che punta alle risorse naturali, approfittando anche della scarsa reazione diplomatica da parte dell’Europa.
La strategia del secondo mandato, definita da alcuni analisti come Corollario Trump alla Dottrina Monroe, si basa su un interventismo predatorio mirato all’accaparramento di risorse. A differenza dell’isolazionismo del passato, questa dottrina prevede l’uso di ultimatum, azioni unilaterali e forza militare per garantire gli interessi economici americani. Non viene fatta più distinzione tra alleati storici e rivali: la priorità assoluta è il controllo diretto delle materie prime strategiche globali.
L’approccio di Washington verso Teheran è passato dai tentativi di accordo multilaterale a minacce dirette e ultimatum. Il Dipartimento di Stato ha inviato messaggi chiari alla leadership iraniana, avvertendo che l’opzione militare è concreta e che non saranno tollerati giochi politici. Questa linea dura riflette la volontà americana di abbandonare i lunghi negoziati diplomatici in favore di una pressione massima immediata per risolvere la questione nucleare e regionale.
Fonti e Approfondimenti
- Dipartimento di Stato USA: Taglia e accuse contro Nicolás Maduro
- USGS: Lista ufficiale dei minerali critici per la sicurezza nazionale USA
- Casa Bianca: Strategia per la catena di approvvigionamento dei minerali critici
- Wikipedia: Approfondimento sulla Dottrina Monroe
- Wikipedia: Storia delle proposte USA per l’acquisto della Groenlandia

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