Viviamo in un’epoca in cui la paranoia digitale è spesso giustificata. Copriamo le webcam dei laptop con nastro adesivo e neghiamo freneticamente i permessi di accesso al microfono a ogni nuova applicazione installata. Crediamo, così facendo, di aver eretto un muro invalicabile attorno alla nostra privacy vocale. Tuttavia, la tecnologia moderna nasconde insidie che vanno ben oltre l’ovvio. Esiste un componente hardware, presente in ogni singolo smartphone, smartwatch o tablet, che lavora instancabilmente nell’ombra. Non è stato progettato per registrare l’audio, eppure, grazie a principi fisici elementari e algoritmi avanzati, è in grado di farlo. L’entità principale di questa vulnerabilità, il traditore silenzioso che portiamo in tasca, è l’accelerometro.
Il principio fisico: quando il suono diventa vibrazione
Per comprendere come sia possibile ascoltare senza un orecchio elettronico (il microfono), dobbiamo fare un passo indietro e analizzare la natura stessa del suono. La voce umana non è altro che un’onda di pressione che si propaga nell’aria. Quando parliamo, non spostiamo solo molecole d’aria; generiamo vibrazioni che impattano su tutto ciò che ci circonda, compreso il corpo rigido del nostro smartphone.
Qui entra in gioco l’accelerometro. Questo sensore MEMS (Micro-Electro-Mechanical Systems) è progettato per rilevare il movimento, l’orientamento e la gravità. È il motivo per cui lo schermo ruota quando giri il telefono o per cui il contapassi registra la tua camminata. Tuttavia, i moderni accelerometri sono diventati così incredibilmente sensibili da poter rilevare le micro-vibrazioni causate dalle onde sonore che colpiscono la scocca del dispositivo. In termini di innovazione digitale, questa sensibilità è un trionfo ingegneristico, ma per la cybersecurity rappresenta un vettore di attacco laterale formidabile.
Immaginate l’accelerometro come un sismografo in miniatura. Quando parlate vicino al telefono, la vostra voce fa tremare impercettibilmente il dispositivo. Il sensore registra queste oscillazioni. Certo, il segnale grezzo non assomiglia a una registrazione audio nitida; è rumoroso, a bassa frequenza e distorto. Ma contiene l’impronta digitale della vostra conversazione.
La falla dei “Zero Permessi”
La vera pericolosità di questa tecnica risiede nel modo in cui i sistemi operativi gestiscono i permessi. Se scaricate un’app torcia o un gioco semplice, il sistema vi chiederà l’autorizzazione per accedere alla fotocamera o al microfono. Se negate, l’app non può ascoltare. O almeno, non tramite i canali ufficiali.
Tuttavia, quasi nessuna applicazione ha bisogno di chiedere il permesso per accedere ai dati dell’accelerometro. L’accesso a questi sensori è considerato “innocuo” e standard, necessario per funzioni basilari dell’interfaccia utente. Questo crea una zona grigia nella sicurezza informatica: un’app malevola può essere installata, non chiedere alcun permesso sospetto, eppure iniziare a campionare le vibrazioni del dispositivo ad alta frequenza, raccogliendo dati che, se opportunamente elaborati, si trasformano in parole.
Il ruolo cruciale dell’Intelligenza Artificiale

Fino a qualche anno fa, la minaccia era teorica. I dati raccolti dagli accelerometri (campionati solitamente intorno ai 200-500 Hz) erano troppo grezzi per ricostruire un discorso fluido. Si potevano distinguere parole isolate o il genere del parlante, ma non intere frasi complesse. Oggi, nel 2026, lo scenario è cambiato drasticamente grazie all’evoluzione del Deep Learning.
L’intelligenza artificiale agisce come un traduttore esperto. Addestrando reti neurali su vaste quantità di dati accoppiati (vibrazioni dell’accelerometro e audio corrispondente), gli algoritmi hanno imparato a colmare le lacune. L’IA prende il segnale “sporco” delle vibrazioni, rimuove il rumore di fondo, inferisce le frequenze mancanti e ricostruisce un segnale audio comprensibile. È un processo simile all’upscaling di un’immagine sgranata: l’IA “immagina” i dettagli mancanti basandosi sulla sua vasta conoscenza della struttura del linguaggio umano.
Ricercatori di diverse università e startup specializzate in sicurezza offensiva hanno dimostrato attacchi (spesso denominati “Side-Channel Attacks”) in cui un telefono appoggiato su un tavolo durante una riunione è riuscito a trascrivere il contenuto della discussione con un’accuratezza sorprendente, utilizzando solo i dati inerziali.
Altoparlanti che diventano microfoni
Un’altra variante affascinante e inquietante di questo fenomeno coinvolge l’uso degli altoparlanti stessi del dispositivo. Sebbene l’accelerometro sia il protagonista principale della sorveglianza passiva tramite vibrazione, esiste una tecnica correlata che sfrutta l’hardware audio in uscita.
Un altoparlante è costruito quasi identicamente a un microfono: entrambi hanno una membrana e una bobina mobile. La differenza è che uno converte l’elettricità in suono, l’altro il suono in elettricità. Alcuni malware avanzati sono in grado di invertire il funzionamento dell’altoparlante dello smartphone (o delle cuffie connesse), trasformandolo in un captatore di vibrazioni dinamico. Anche in questo caso, la tecnologia che dovrebbe servirci per ascoltare musica viene manipolata per ascoltare noi.
Come ci si difende da un sensore che non si può spegnere?
La scoperta di queste vulnerabilità ha scatenato una corsa agli armamenti tra ricercatori di sicurezza e produttori di hardware. Non potendo semplicemente rimuovere l’accelerometro (essenziale per l’esperienza utente), le contromisure si sono concentrate sul software e sulla limitazione della precisione.
I principali sistemi operativi mobili hanno iniziato a introdurre limitazioni sulla frequenza di campionamento dei sensori quando l’app è in background. Se un’app non può leggere i dati dell’accelerometro abbastanza velocemente (ad esempio, se il limite è fissato a 20 volte al secondo invece di 500), la ricostruzione della voce diventa impossibile, poiché le frequenze del parlato umano vengono perse.
Inoltre, alcune startup di cybersecurity stanno sviluppando soluzioni di “noise injection”. Questa tecnica consiste nell’inserire deliberatamente dati casuali o rumore impercettibile nel flusso di dati dei sensori quando non sono utilizzati per scopi critici, rendendo qualsiasi tentativo di spionaggio audio inutile, poiché il segnale utile verrebbe sommerso dal rumore digitale.
In Breve (TL;DR)
Gli accelerometri degli smartphone rilevano le micro-vibrazioni della voce trasformando il dispositivo in un sistema di ascolto nascosto senza usare il microfono.
Le applicazioni malevole sfruttano l’accesso libero ai sensori di movimento per aggirare i permessi di sicurezza e spiare le conversazioni private.
Algoritmi avanzati di intelligenza artificiale elaborano i segnali sismici grezzi per ricostruire il parlato con una precisione sempre più inquietante.
Conclusioni

La lezione che ne traiamo è che nel mondo dell’innovazione digitale, ogni sensore è una potenziale finestra sulla nostra vita privata. L’accelerometro, nato per orientare mappe e contare passi, si è rivelato un orecchio bionico involontario. Non serve cedere alla paranoia, ma è fondamentale coltivare una consapevolezza tecnica: la privacy non dipende solo da un interruttore software “on/off” sul microfono, ma dalla comprensione profonda di come l’hardware interagisce con il mondo fisico. Mentre la tecnologia avanza, la nostra definizione di “dispositivo di ascolto” deve necessariamente espandersi per includere non solo ciò che è progettato per sentire, ma tutto ciò che è capace di vibrare.
Domande frequenti

Il processo avviene sfruttando l’accelerometro, un sensore presente in tutti i dispositivi mobili progettato per rilevare il movimento. Quando una persona parla, le onde sonore creano impercettibili vibrazioni sulla scocca del telefono che vengono captate da questo sensore. Sebbene il segnale sia grezzo, algoritmi avanzati possono elaborare queste micro-oscillazioni per ricostruire il contenuto della conversazione senza mai attivare il microfono.
A differenza di fotocamera e microfono, l’accesso ai sensori di movimento è spesso considerato innocuo dai sistemi operativi e necessario per funzioni base come la rotazione dello schermo o il contapassi. Questa gestione crea una vulnerabilità nota come Zero Permessi, permettendo ad applicazioni apparentemente sicure di raccogliere dati sulle vibrazioni in background senza che l’utente debba concedere alcuna autorizzazione esplicita.
L’Intelligenza Artificiale, e in particolare il Deep Learning, è l’elemento chiave che rende possibile questa minaccia. I dati grezzi dell’accelerometro sono troppo rumorosi e incompleti per essere compresi dall’orecchio umano. Le reti neurali moderne, tuttavia, sono in grado di ripulire il segnale, inferire le frequenze mancanti e trasformare le vibrazioni registrate in un discorso fluido e comprensibile, agendo come un potente strumento di ricostruzione audio.
Le principali difese sono implementate a livello di sistema operativo. I produttori stanno introducendo limitazioni alla frequenza di campionamento dei sensori per le app in background; se i dati vengono letti troppo lentamente, la voce non può essere ricostruita. Inoltre, nuove soluzioni di sicurezza propongono l’iniezione di rumore digitale casuale nei dati dei sensori per rendere inutile qualsiasi tentativo di intercettazione audio.
Sì, esiste una tecnica che sfrutta la somiglianza hardware tra altoparlanti e microfoni, entrambi dotati di membrana e bobina mobile. Alcuni malware sofisticati possono invertire il funzionamento dell’altoparlante, trasformandolo da dispositivo che emette suoni a sensore che capta le vibrazioni ambientali. Questo permette di registrare l’audio circostante sfruttando un componente che normalmente non è associato alla registrazione.
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Fonti e Approfondimenti

- Approfondimento tecnico sul funzionamento dell’accelerometro (Wikipedia)
- Definizione di ‘Side-Channel Attack’ del NIST (National Institute of Standards and Technology)
- Linee guida del Garante per la protezione dei dati personali su App e Smartphone
- Panoramica sui sistemi micro-elettro-meccanici (MEMS) su Wikipedia





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